Persona, diritti personalità - Onore, decoro, reputazione -  Sabrina Peron - 21/10/2020

Trib. Milano (ord.) 17.09.2020, dr. Di Plotti, Sul diritto di critica tramite social network e sulla legittimazione passiva dell’ordine di rimozione

Il Tribunale di Milano, adito in via d’urgenza ha emanato un’interessante ordinanza sul diritto di critica manifestato tramite alcuni social network e sul soggetto legittimato passivamente a un ordine di rimozione di contenuti diffamatori.

Nel caso in esame, il ricorrente è una società che svolge, testualmente, “formazione personale di uomini e ragazzi diretta al miglioramento delle capacità di approccio nel campo delle relazioni sentimentali”. Tale formazione si realizza con l’attivazione di corsi su tutto il territorio nazionale e viene pubblicizzata attraverso un blog e altri social network quali Facebook, Instagram e You Tube.

Ebbene la società ricorrente lamentava la circostanza che sul canale Twich.tv, Cerbero Podcast e sul canale You Tube, Mr. M---, gestito da uno dei resistenti; nonché sul canale Twich.tv, RedLilium e su quello You Tube Red Lilium Live gestito dall’altro resistente, fossero presenti dei video contenenti commenti diffamatori, lesivi del nome e dell’identità personale della ricorrente. Per tale ragione chiedeva la rimozione dai predetti canali di tutti i contenuti riferibili alla società ricorrente e l’inibizione di ulteriori attività lesive.

I due resistenti si difendevano, anzitutto, eccependo la carenza di “legittimazione passiva ognuno rispetto alle domande di rimozione formulate in relazione al canale del quale non hanno la disponibilità” e, in secondo luogo, rivendicando il legittimo esercizio del diritto di critica.

Il Tribunale di Milano ha accolto entrambi i profili di difesa dei resistenti, con la motivazione di seguito illustrata.

Quanto al profilo inerente la legittimazione passiva, il Tribunale ha osservato come la richiesta di rimozione di contenuti diffamatori e di inibizione di ulteriori attività del medesimo tenore, possa rivolgersi “soltanto nei confronti di chi ha la concreta e giuridica possibilità di attuarli, in caso di provvedimento giudiziale di accoglimento”. Poiché la società ricorrente nelle sue domande non aveva distinto la posizione dei due resistenti con riferimenti ai diversi canali ad essi riferibili, il Tribunale ha dichiarato il difetto di legittimazione passiva di ciascun resistente in relazione al canale ad esso non riconducibile.

Quanto al profilo inerente l’esercizio del diritto di critica è noto che – per giurisprudenza consolidata -  questa pur presupponendo “una forma espositiva corretta, strettamente funzionale alla finalità di disapprovazione e che non trasmodi nella gratuita ed immotivata aggressione dell'altrui reputazione”, non vieta certo “l'utilizzo di termini che, sebbene oggettivamente offensivi, hanno anche il significato di mero giudizio critico negativo di cui si deve tenere conto alla luce del complessivo contesto in cui il termine viene utilizzato” (da ultimo Cass., 17243/2020). In altre parole, fermo restando che ogni critica alla persona (intesa come persona fisica o giuridica) può incidere sulla sua reputazione, negare tale diritto fondamentale solo perché lesivo della reputazione di taluno, significherebbe negare il diritto di libera manifestazione del pensiero (che trova tutela nell’art. 21 Cost e nell’art. 10 CEDU). Il diritto di critica, pertanto, può essere esercitato anche mediante espressioni pungenti, colorite e aspre, purché esse siano strumento di manifestazione di un ragionato dissenso e non si risolvano in una gratuita aggressione distruttiva dell'onore. Per contro, si configura un abuso del diritto di critica in caso di palese travalicamento dei limiti della civile convivenza, di utilizzo di espressioni sgradevoli e non pertinenti al tema in discussione, senza che sussista alcuna finalità di pubblico interesse (in questo senso ex multis tra le decisioni di merito più recenti si vedano: T. Milano 03.09.2019, n.7953 e T. Roma, 18.10.2019, n. 20090).

Inoltre, come osservato dall’ordinanza in esame, sostenere una tesi diversa significherebbe affermare che il nostro ordinamento tutela il “diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero solo ed esclusivamente nel caso che questo consista in approvazioni e non in critiche. Pertanto il diritto di critica può essere esercitato utilizzando espressioni di qualsiasi tipo anche lesive della reputazione altrui, purché siano strumentalmente collegate alla manifestazione di un dissenso ragionato dall'opinione o comportamento preso di mira e non si risolvano in un'aggressione gratuita e distruttiva dell'onore e della reputazione del soggetto interessato” (che richiama in proposito gli insegnamenti di Cass., n. 4545/2012 e Cass., n. 12420/2008). Ovviamente, il diritto di critica, quale declinazione della libertà di manifestazione del pensiero, è da ritenersi un ineludibile presidio democratico, garanzia della genuinità di ogni forma dibattito pubblico, non solo politico, ed a prescindere dagli spazi in cui viene in concreto esercitato, ciò tuttavia non consente di giustificare atteggiamenti di eccessiva violenza verbale o di istigazione alla brutalità fisica (in questo senso si veda T. Roma, 09.08.2019, n.16263).

Date queste premesse a passando ad un’analisi delle singole espressioni contestate, il Tribunale di Milano  ha osservato, come

  • nessuna rilevanza diffamatoria rivestono le espressioni: “maschilista” “banale”, “assurdamente retribuita”, “a livello comunicativo sono abbastanza carenti ... vado a chiedermi che cosa volete insegnare ... se siete fallaci su questo punto di vista”, “questi Guru, che non hanno nulla di edificante”, non potendo tali espressioni considerarsi come “formalmente eccessive rispetto alla legittimità del proprio diritto di critica”, anche perché non travalicanti i limiti della libertà di espressione né sotto l’aspetto formale, né sotto quello dell’interesse pubblico;
  • analoga valutazione deve essere operata con riguardo alle espressioni “scammato” e “fake seduttori”, tenendo conto del “pubblico giovanile a cui le trasmissioni si rivolgono, l’espressione non può ritenersi, pur se in sé certamente colorita, tale da determinare una lesione della reputazione della ricorrente”. E ciò considerato, altresì che si tratta di espressioni isolate “a fronte della complessiva legittimità del linguaggio adoperato”;
  • quanto alle espressioni “queste persone si fanno pagare per dire queste cazzate nel 2020?”, “prendono soldi per dire, a mio avviso, queste cazzate”, ad avviso del tribunale “l’utilizzo di un termine colorito non può da solo considerarsi sufficiente per integrare gli estremi dell’art. 595 c.p.”.