Malpractice medica - Malpractice medica -  Emanuela Foligno - 28/12/2020

Svuotamento di liquido nel cavo pleurico causa il decesso del paziente per asfissia

Il Tribunale di Vicenza, assolveva il Medico Pneumologo dal delitto di omicidio colposo per non aver commesso il fatto.

In secondo grado, la Corte d’Appello di Venezia affermava, invece, la responsabilità della Pneumologa per omicidio colposo e, riconosciute le attenuanti generiche, la condannava alle pena di 4 mesi di reclusione e al risarcimento del danno.

Il paziente era ricoverato presso il reparto di Pneumologia per empiema pleurico e focolaio bronco pneumonico dx.

La Pneumologa costatava che le condizioni del paziente, sottoposto il giorno precedente a toracentesi, subivano un peggioramento durante la notte e decideva di richiedere una consulenza chirurgica.

Il Chirurgo, che aveva eseguito il giorno precedente l’intervento, e altro Chirurgo di reparto, decidevano di eseguire sul posto una toracentesi, non guidata da ecografia e senza attendere i risultati della TAC che la Pneumologa stessa aveva richiesto.

La Pneumologa era presente nella stanza di degenza del paziente mentre i Chirurghi praticavano la toracentesi che però veniva svolta sul polmone sano e cagionava la morte del paziente per arresto cardiocircolatorio da asfissia acuta.

Il Giudice di primo grado assolveva la Pneumologa  sostenendo che la stessa non poteva considerarsi parte della equipe che effettuava la toracentesi sul paziente e che comunque non avrebbe potuto accorgersi dell’errore dei Chirurghi in quanto si trovava di fronte al paziente con un’infermiera per assicurare la posizione eretta dello stesso.

La Corte d’Appello, invece, svolgeva il ragionamento opposto e riteneva che la Pneumologa, avendo provveduto a chiamare l’infermiera e avendo sorretto il paziente durante l’effettuazione della toracentesi, era da considerarsi partecipe all’atto chirurgico.

La Pneumologa impugna la decisione in Cassazione (Cass. Pen., sez. IV, sentenza n. 28316 del 12 ottobre 2020), lamentando che il Giudice di merito erroneamente includeva la sua cooperazione esecutiva nell’intervento di toracentesi, essendosi limitata a sorreggere il paziente durante l’operazione.

Lamenta inoltre la Pneumologa l’errata considerazione svolta dalla Corte circa la possibilità di conoscere e valutare l’attività svolta dai Chirurghi.

La Sezione penale della Suprema Corte rigetta il ricorso.

Il Collegio rilevava -correttamente- che la Pneumologa, sorreggendo il paziente e chiamando l’infermiera con il carrello della strumentazione, accettava implicitamente di prendere parte all’intervento chirurgico entrando a comporre la equipe medica.

Al riguardo, viene ribadito che “nell'individuazione dei reali destinatari degli obblighi protettivi, vengono in rilievo le funzioni in concreto esercitate dal garante, spettando all'interprete procedere alla selezione delle diverse posizioni di garanzia, per tutti i casi della vita non tipizzati dal legislatore ed alla individuazione degli obblighi impeditivi concretamente riferibili al soggetto che versa in una posizione di garanzia (cfr. Sez. U, Sentenza n. 9874 del 01/07/1992: "La individuazione dei destinatari degli obblighi posti dalle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro e sull'igiene del lavoro deve fondarsi non già sulla qualifica rivestita bensì sulle funzioni in concreto esercitate, che prevalgono, quindi, rispetto alla carica attribuita al soggetto (ossia alla sua funzione formale)".

La giurisprudenza ha poi considerato che occorre delimitare lo specifico ambito in cui si esplica l'obbligo di governare le situazioni pericolose in capo al garante, così da conformare il relativo obbligo protettivo, giuridicamente rilevante ai fini della operatività dell'imputazione dell'evento lesivo.

Nel settore dell'attività medica, si è poi precisato che la posizione di garanzia esplica la sua funzionalità sia in relazione agli obblighi di protezione, che impongono di preservare il bene protetto da tutti i rischi che possano lederne l'integrità, sia in relazione agli obblighi di controllo e sorveglianza, che impongono di neutralizzare le eventuali fonti di pericolo che possano minacciare il bene protetto.

Applicando tali principi, la Pneumologa ha assunto una posizione di garanzia nei confronti del paziente sia perché ricoverato nel suo reparto di appartenenza, sia per avere partecipato all'intervento chirurgico attraverso l’atto di reggere il paziente, facendogli assumere la posizione più idonea per l'intervento, quella cioè destinata a realizzare la maggiore espansione toracica.

I Sanitari, infatti, come adeguatamente rappresentato dalla Corte di merito, hanno realizzato una congiunta attività terapeutica, con una ripartizione di compiti e di ruoli: i chirurghi, a tergo, praticavano la toracentesi e la pneumologa reggeva il paziente per consentire la espansione toracica.

La Pneumologa doveva pretendere l’esecuzione dell'intervento con guida ecografica e avrebbe dovuto poi controllare l'operato dei colleghi nel corso dell'attività operatoria, verificando che si intervenisse sul polmone malato.

Relativamente al secondo motivo di ricorso gli Ermellini evidenziano che la prospettata mancata evidenza dell'errore altrui non può essere ricondotta alla impossibilità di vedere il punto nel quale veniva introdotto l'ago per il prelievo del liquido.

L'attività di controllo avrebbe infatti dovuto esperirsi in maniera più ampia, ossia, prima della manovra operatoria, pretendendo l'impiego del mezzo ecografico e, durante la manovra operatoria, facendo in modo di mantenere il contatto visivo che, certamente, la guida ecografica avrebbe consentito.

In conclusione il ricorso del Medico viene respinto con conferma della condanna a quattro mesi di reclusione e al pagamento del risarcimento del danno alle parti civili.