Danni - Danni non patrimoniali, disciplina -  Antonio Arseni - 18/07/2020

Sulla doppia dimensione fenomenologica del danno non patrimoniale. Recenti orientamenti della Cassazione

In tema di responsabilità extracontrattuale, alla stato attuale, il danno si fa consistere non in una “mera lesione del diritto” ma “nella lesione del diritto dalla quale siano derivate conseguenze pregiudizievoli oggettivamente apprezzabili”.

Tale opinione fu espressa per la prima volta dalla pronuncia della Cassazione 8827/2003 e successivamente consacrata a partire, soprattutto, dalle sentenze c.d. di S.Martino  26972-26973-26974-26975 del 2008.

Superata la distinzione fra “danno evento” (consistente nella lesione del diritto in sé e per sé considerata) e “danno conseguenza” (consistente negli effetti concretamente pregiudizievoli della lesione del diritto), si è posta l’attenzione sulla nozione di danno ingiusto, a significare che il danno è lesione di un diritto o di un interesse giuridicamente rilevante, ossia di un interesse tutelato dall’Ordinamento anche in mancanza di una disposizione espressa, dal quale siano comunque derivate conseguenze pregiudizievoli, patrimoniali o meno.

In questo senso, generalmente è negata dalla giurisprudenza la risarcibilità del danno in re ipsa e cioè quel danno (evento) per cui è sufficiente, per ottenere il risarcimento, che sia dimostrata la lesione del diritto. Ma sul punto è bene ricordare che si registrano in giurisprudenza irrisolti contrasti. L’esempio a cui spesso si ricorre è quello riferibile al danno determinato dalla violazione di diritti reali. Una prima opinione, in aderenza alla nozione di danno ingiusto, ritiene che la violazione del diritto reale (esempio nella ipotesi tipica di occupazione abusiva dell’immobile) non può dirsi in re ipsa e coincidente con l’evento, di talché il danneggiato, che ne chiede in giudizio il risarcimento, è tenuto a provare di aver subito una effettiva lesione del proprio patrimonio, come, ad esempio, per non aver potuto locare l’immobile o per non averlo potuto vendere ad un prezzo conveniente. Una seconda opinione, invece, è di avviso del tutto contrario, ritenendo, nel caso di occupazione abusiva dell’immobile altrui, come il danno subito dal proprietario sia in re ipsa, discendendo dalla perdita della disponibilità del bene e dalla impossibilità di conseguire l’utilità ricavabile dal bene medesimo, in relazione alla sua natura normalmente fruttifera.

Nel catalogo dei diritti o degli interessi che possono essere lesi da una condotta altrui ed ai quali l’Ordinamento appresta speciale attenzione, riguardando la sfera della persona e della sua salute psico-fisica, presidiata costituzionalmente, si annovera il danno non patrimoniale, nella sua triplice  accezione del danno biologico, morale ed esistenziale, di cui costituiscono aspetti o voci.

Nella più recente elaborazione giurisprudenziale si è posto l’accento, in via di principio, sulla diversità ontologica della suddetta triade (danno biologico-morale-esistenziale) in cui si compendierebbe la macro-categoria del danno non patrimoniale (l’altra macro-categoria è rappresentata dal danno patrimoniale nella duplice voce del lucro cessante e del danno emergente). Il primo (danno biologico) viene inteso come pregiudizio alla integrità psicofisica della persona, medicalmente accertabile; il secondo (danno morale) come l’insieme dei patemi d’animo e la sofferenza psichica interiore; il terzo, infine (danno esistenziale), riguarda più propriamente gli aspetti dinamico-relazionali di una vita che cambia per effetto dell’illecito civile.

Dunque, nel sistema della responsabilità civile, il danno non è mera lesione del diritto ma “lesione del diritto dal quale siano derivate conseguenze pregiudizievoli oggettivamente apprezzabili” in ossequio del principio, che affonda le sue radici nel diritto romano, ove valeva la regola nullum crimen sine iniuria.

In questo senso, compito del Giudice, chiamato ad occuparsi della persona e dei suoi diritti fondamentali, è quello di “tenere conto della reale fenomenologia del danno alla persona medesima, a prescindere dal ricorso ad astratte tassonomie classificatorie, valutando compiutamente, in quel prisma multiforme del danno non patrimoniale, la sofferenza umana conseguente alla lesione di un diritto costituzionalmente protetto” (v. Cass. 18641/2011, Cass. 20292/2012, Cass. 11851/2015, Cass. 7766/2016, Cass. 26805/2017, Cass. 901/2018).

In tale contesto, una volta individuata la indispensabile situazione protetta a livello costituzionale (la salute ma anche il rapporto familiare e parentale, l’onore, la reputazione, la libertà religiosa, il diritto di autodeterminazione al trattamento sanitario, quello all’ambiente, il diritto di libera espressione del proprio pensiero, il diritto di difesa, quello di associazione, etc.), sarà consentito al Giudice del merito, attraverso una rigorosa analisi e valutazione sul piano della prova, di riscontrare o meno l’aspetto interiore del danno (la sofferenza morale in tutti i suoi aspetti, quali il dolore, la vergogna, il rimorso, la disistima di sé, la malinconia, la tristezza), quanto il suo impatto modificativo in pejus con la vita quotidiana (il c.d. danno esistenziale).

Autorevole dottrina (P. Cendon – “I danni non patrimoniali” Saggi – Key Editore 2015 p. 32-33) ha efficacemente sottolineato che il danno biologico non è l’unica partita negativa che la responsabilità civile conosca e non tutti gli attori in giudizio sono creature che si presentano affette da turbe psichiche o mentali”. “Esistono accanto alla integrità psico-fisica – non meno irrimediabili per il titolare – beni come la famiglia, la serenità affettiva, la dignità, l’istruzione oppure il lavoro, la giustizia, i diritti della personalità, i rapporti associativi, la vivibilità di una casa, o ancora l’arte, la natura, lo sport, gli hobbies, il riposo”. “Molti affanni incruenti sono peggiori dei biologici, più subdoli, coinvolgono maggiormente i destinatari, lasciano tracce persistenti”.

Di qui l’importanza nel sistema della responsabilità civile di discorrere “della centralità della persona e della integrità del risarcimento del valore uomo così dettando un vero e proprio statuto del danno non patrimoniale per il nuovo millennio” (così Cass. 901/2018).

È, dunque, fondamentale la difficile opera del Giudice del merito in quello scrutinio funzionale alla selezione degli interessi meritevoli di tutela, spesso rinvenendosi sovrapposizioni del danno morale con quello biologico piuttosto che del primo con quello esistenziale, tali da comportare una inammissibile duplicazione in ragione della presenza di caratteristiche apparentemente simili.

Una verifica che declinerà in favore dell’una o dell’altra parte iuxta allegata et probata partium, con l’avvertenza che la prova del danno ingiusto potrà affidarsi alle presunzioni, al fatto notorio, alle nozioni di comune esperienza.

Detti principi sono stati ribaditi ( “repetita iuvant”) da alcune recenti pronunce della S.C. (04.02.2020 n. 2461 e  2464; 18.02.2020 n.4099; 05/03/2020 n° 6167; 11/03/2020 n° 7024 08.04.2020  n.7753,  23.04.2020 n.8127, 29.04.2020 n.8321,)  dalle quali si ricava  quanto sinteticamente segue.

Il sistema di risarcimento del danno alla persona ha carattere bipolare, ossia è fondato sulla distinzione fra danno patrimoniale e non patrimoniale, ove quest’ultimo comprende il danno biologico in senso stretto (inteso come lesione all’integrità psicofisica della persona), il danno morale come tradizionalmente inteso (quale sofferenza morale, turbamento dello stato d’animo del danneggiato, non necessariamente transeunte), nonché tutti quei pregiudizi diversi e ulteriori, purché costituenti conseguenza della lesione di un interesse costituzionalmente protetto ovvero di interessi di rango costituzionale inerenti alla persona. In sostanza, nel bipolarismo risarcitorio (danni patrimoniali e danni non patrimoniali) previsto dalla legge, al di là della questione puramente nominalistica, non è possibile creare nuove categorie di danno, ma solo eventualmente adottare, per chiarezza del percorso liquidatorio, voci o profili di danno con contenuto descrittivo – ed in questo senso ed a questo fine può essere utilizzata anche la locuzione danno esistenziale, accanto a quella di danno morale e danno biologico – tenendo conto che, da una parte, deve essere liquidato tutto il danno, non lasciando privi di risarcimento profili di detto danno, ma anche che, dall’altra, deve essere evitata una duplicazione dello stesso, la quale urterebbe contro la natura e la funzione puramente risarcitoria della responsabilità aquiliana”.

Una volta accertata l’esistenza delle conseguenze pregiudizievoli determinate dall’illecito, attraverso una valutazione della reale fenomenologia della lesione non patrimoniale, nella doppia dimensione del rapporto del soggetto con sé stesso (aspetto interiore del danno sofferto, c.d. danno morale sub-specie del dolore, della vergogna, della disistima di sé, della paura, della disperazione) e di quello incidente sul piano dinamico-relazionale della sua vita (che si dipana nell’ambito della relazione del soggetto con la realtà esterna, con tutto ciò che, in altri termini, costituisce altro da sé e che può consistere nel disinteresse per attività prima piacevoli, nel maggior affaticamento, nei disturbi del sonno, nell’inappetenza etc), si potrà procedere alla liquidazione del danno. Con l’avvertenza che laddove risulti che il danneggiato abbia perso la possibilità di svolgere una qualsiasi attività del quotidiano, che si invera in una conseguenza normale del danno secondo l’id quod plerumque accidit (ovvero quella che qualunque persona con la medesima invalidità non potrebbe non subire), il ristoro del pregiudizio si attuerà attraverso la liquidazione (tabellare) del danno alla salute la cui lesione si fa consistere “ nella compromissione delle abilità della vittima nello svolgimento di tutte le attività quotidiane nessuna esclusa, del fare, dell’essere, dell’apparire” di tal chè esso non potrebbe che essere omologato nella figura del danno dinamico-relazionale  ( v. soprattutto Cass. 27.03.2018 n.7513  c.d. sentenza  Rossetti -dal nome del giudice Relatore  contenente una sorta di decalogo del danno non patrimoniale). 

In altro senso, il danno alla salute (afferma la S.C.)  non comprende il danno dinamico-relazionale ma piuttosto esso (il danno alla salute) è un danno dinamico relazionale, giacchè , se così non fosse, non vi sarebbe un pregiudizio medicalmente apprezzabile.

Trattasi in buona sostanza di un nocumento che comporta una menomazione permanente alle attività del quotidiano del danneggiato e quindi non è diverso dal danno biologico.

La liquidazione del danno dinamico relazionale riceverebbe un incremento percentuale (personalizzazione) in presenza di conseguenze dannose da ritenersi del tutto anomale, eccezionali ed affatto peculiari. In questo senso la personalizzazione non costituisce mai un automatismo, ma richiede l’individuazione di specifiche circostanze ulteriori rispetto a quelle normali, che è onere del danneggiato provare:

E’ pacifico nella giurisprudenza di legittimità  dunque  come al  danno morale possa riconoscersi autonoma consistenza, laddove esprima  profili di pregiudizi ( il dolore dell’animo, la vergogna , la disistima di s[,  la paura , la disperazione ) non aventi base organica ed estranei alla determinazione medico legale del grado percentuale di invalidità permanente, deve,tuttavia ritenersi che, al fine di prospettare correttamente una erronea pretermissione di tali profili, sia necessario che il ricorrente deduca di aver specificatamente lamentato pregiudizi soggettivi non aventi diretta base organica e tali da comportare la necessità di una liquidazione ulteriore a quella risultante dall'applicazione delle c.d. tabelle milanesi. Una autonoma consistenza  non predicabile con riguardo  agli aspetti dinamico- relazionali , alias al danno esistenziale  che “nel nostro ordinamento non mette conto discorrere  ex sentenza S.U. 26972 del 11.11,2008” come testualmente affermato, da ultimo, da Cass. 01.07.2020 n.13269. 

Ancora no, dunque  dalla Cassazione che ultimamente ha ribadito ( v. decisioni 7753/2020 ed 8127/2020) come “ costituisca  duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno esistenziale, attesa la consistenza del danno esistenziale propriamente nel vulnus arrecato a tutti gli aspetti dinamico-relazionali della persona conseguenti alla lesione della salute

La soluzione, di cui si è appena discusso, secondo alcuni, nonostante abbia un fondamento di ragionevolezza e di coerenza giuridica- mantenendo la “ bussola” in direzione di quei noti principi, più volte enunciati dal Supremo Consesso, circa la necessità che il Giudice del merito, nella liquidazione del danno non patrimoniale è tenuto, sulla base di una attenta analisi della concreta fenomenologia della lesione, ad evitare inammissibili duplicazioni risarcitorie e nello stesso tempo ad assicurare il giusto risarcimento- comporterebbe non poche difficoltà nella concreta individuazione di quelle conseguenze peculiari che non tutti subiscono e che servono per l’aumento c.d. personalizzato della liquidazione tabellare base, determinata (con il metodo del c.d valore punto) per il ristoro del danno alla salute (rectius: danno dinamico-relazionale)

Ed, invero, un evento lesivo, che abbia determinato una menomazione alla salute della vittima dell’illecito, può causare  effetti diversificati  da persona a persona, la cui variabilità dipende da plurimi elementi, a cominciare  dall’età, dal sesso, dalle  condizioni economiche  del soggetto leso, da quelle socio culturali che possono aver determinato la persona danneggiata a coltivare tutti quegli interessi , ritenuti in grado di rendere la vita più piacevole, come l’arte, lo sport, la natura , gli hobbies e la cui perdita può causare  ( per usare una espressione di autorevole dottrina -P:Cendon-già citata)  affanni peggiori del pregiudizio biologico, lasciando  tracce persistenti sulla persona stessa . Ad esempio prendiamo in considerazione il caso  di due persone coetanee che abbiano subito, in un incidente stradale, la stessa  grave lesione ad un ginocchio ( stessi punti di invalidità permanente) che impedisce loro lo svolgimento di una pratica sportiva amatoriale” per tenersi in forma”  quale potrebbe essere l’uso della bicicletta,   oppure il quotidiano jogging o footing . Attività queste capaci di aumentare il benessere psicofisico che viene  compromesso dall’evento lesivo  però in misura diversa per i due soggetti: l’uno sedentario l’altro attivo che gode del piacere di stare in forma pedalando o camminando abitualmente.

Ora, a fronte di una lesione grave  al ginocchio  che  impedisce ad entrambi i soggetti, e ,comunque, a chiunque di andare in bici o correre a piedi, il non poter più andare non comporterebbe una conseguenza dannosa del tutto anomala e straordinaria poichè comune a tutti impedendo al giudice di personalizzarne la liquidazione. 

E’ appena il caso di rilevare, a tale ultimo riguardo, che la Suprema Corte, con decisione 10912/2018 ha affermato che il giudice, nel valutare le conseguenze di una lesione e quindi il risarcimento,”  deve tener conto, nel caso specifico, delle dinamiche relative all’uso del corpo ed alla valorizzazione dei relativi aspetti funzionali” così che se il danneggiato non può  più condurre una vita sportiva, dovrà essere risarcito di detta perdita oltre i barèmes”.

In conclusione, nelle sentenze  pubblicate in questo primo scorcio del 2020 la Cassazione ritorna  a predicare principi che si stanno  progressivamente sedimentando nell’ambito del sistema della responsabilità aquiliana anche sulla scorta del  dato normativo di cui agli art. 138 e 139 del recente Codice delle Assicurazioni.

Il pensiero del Giudice di legittimità può così compendiarsi.

- Esistono solo due categorie di danno risarcibile: il danno patrimoniale e quello non patrimoniale, e quest’ultimo costituisce una categoria giuridicamente unitaria, nel senso che qualsiasi pregiudizio non patrimoniale rimarrà soggetto alle medesime regole e criteri risarcitori.

- Di conseguenza il Giudice, nella liquidazione del danno, da un lato deve esaminare, in modo rigoroso, tutti gli esiti dannosi dell’illecito (omnicomprensività) e, dall'altro, deve evitare di attribuire nomi diversi a pregiudizi identici, in un contesto in cui l’accertamento circa la esistenza dei pregiudizi dovrà essere svolto in concreto senza procedere ad alcun automatismo risarcitorio (unitarietà).

- Il giudice deve, altresì, evitare qualsivoglia duplicazione risarcitoria che  è costituita dalla congiunta attribuzione di una  somma a titolo di risarcimento del danno biologico e di una ulteriore somma a titolo di danno dinamico- relazionale. Ciò, poiché la misura standard del risarcimento, prevista dalla legge o dalle tabelle elaborate dai vari Tribunali, può essere aumentata solo in presenza di conseguenze dannose del tutto “anomale ed affatto peculiari”, mentre, al contrario, quelle che qualunque persona,  con la medesima invalidità,  non potrebbe non subire, non giustificano alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento. Di qui l’assenza di duplicazione risarcitoria laddove “ l’attribuzione di una somma di denaro,a titolo di risarcimento del danno biologico venga accompagnata con una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi che non hanno fondamento medico-legale perchè non aventi base organica ed estranei alla determinazione medico legale del grado percentuale di invalidità permanente, rappresentati dalla sofferenza interiore (quali ad esempio il dolore  dell’animo la vergogna, la disistima di sé, la paura, la disperazione”

E’ di tutta evidenza come il richiamo della S.C, a non trascurare l’analisi fenomenologica del danno alla persona” che altro non è che indagine sulla fenomenologia della sofferenza”  costituisca un passaggio fondamentale nello scrutinio del fatto illecito e delle sue conseguenze, che è ricerca della reale natura e della vera essenza del danno alla persona: ossia la sofferenza interiore, le dinamiche relazionali di una vita che cambia (così Cass.09.06.2015 n.11851)

In buona sostanza, l’attuale “stato dell’arte” , in materia di danno alla persona, sembra declinare verso una conferma della ipotizzabilità del danno esistenziale, confinato in precisi ambiti, all’interno del danno biologico, laddove viene detto dalla S.C. che quest’ultimo non comprende il primo  costituendo esso stesso danno relazionale, liquidabile in misura standard, laddove le relative conseguenze siano comuni a tutte le persone, in dipendenza della tipologia del danno, e personalizzato  allorchè dette  conseguenze siano peculiari nel caso concreto, ossia quando il pregiudizio sofferto dalla vittima sia superiore alla media.

Semplificando, può dirsi che laddove si è persa la possibilità di svolgere una qualsiasi attività del quotidiano che è conseguenza normale del danno ossia quella situazione in cui si trovano tutti i soggetti che siano incorsi in una menomazione simile, la liquidazione sarà standardizzata. Qualora invece detta conseguenza sia peculiare alla liquidazione standard sarà aggiunta una somma ulteriore determinata e personalizzata dal Giudice sulla base delle rigorosa verifica di tutti gli elementi del caso concreto, che sarà onere del danneggiato dimostrare al fine di meritarne il riconoscimento 

Al danno biologico/dinamico-relazionale  si aggiunge  il danno morale/sofferenza interiore, liquidato dal Giudice sulla base della deduzione e della  prova , anche per presunzioni,  offerte dal danneggiato