Responsabilità civile - Colpevolezza imputabilità -  Paolo Cendon - 20/04/2020

Suicidio e responsabilità

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In che misura i doveri inerenti l'incolumità del paziente possano intrecciarsi con le esigenze di serenità ambientale — quali risultano avvertite dai sanitari, per lo svolgimento dei propri compiti?

Possiamo ricordare il caso che si è presentato (nel 1991) davanti a una corte dell'Illinois.

Un ricoverato aveva espresso le sue intenzioni autodistruttive, legate anche alla decisione della moglie di divorziare.

Ciononostante il medico, in vista del periodo natalizio, ne aveva disposto le dimissioni; e al degente erano stati consegnati farmaci (assai potenti) in quantità sufficiente per affrontare le successive due settimane non senza istruzioni circa la pericolosità di ogni sovradosaggio, soprattutto in associazione con bevande alcoliche. Non appena lasciato l'ospedale l'uomo aveva ingerito (ecco il fatto all'origine dell'azione risarcitoria) l'intera scorta di medicinali, con l'« aiuto » di una bottiglia di vino.

Opposta la conclusione giudiziaria — favorevole cioè a uno scagionamento — ove si accerti la spiccata abilità del soggetto nell'aggirare le precauzioni adottate, dai terapeuti, allo scopo di evitare la circolazione dei farmaci fra i ricoverati; oppure quando nulla, nel quadro clinico, poteva far supporre l'esistenza di pulsioni tali da sconsigliare la prescrizione di determinati medicinali.

Maggiore severità invece là dove nessuna giustificazione sussista, quanto alla detenzione del mezzo da parte del suicida.

Così nel caso del soggetto, ricoverato in una stanza con tubi a vista, il quale sia stato lasciato nel medesimo posto nonostante un primo tentativo di impiccagione — donde la possibilità per l'infermo di ripetere di lì a poco il gesto.

Direttive simili varranno per le controversie relative ad altri strumenti di autolesione (lame e rasoi, materiali infiammabili, corde, cinture, cravatte, buste di plastica), o per quelle legate alla particolare insidiosità dei luoghi (piani alti, stanze non sorvegliabili). Il verdetto finale dipenderà in ogni caso dalla possibilità di individuare, entro la singola combinazione, ragioni curative tali da giustificare la contiguità fisica con l'oggetto letale, o la presenza del malato in determinati ambienti.

Condanna, pertanto, allorché i sanitari risultino aver inopinatamente permesso all'utente di impadronirsi di un coltello; assoluzione, ove emerga che il possesso di fiammiferi e sigarette era stato autorizzato all'interno di un programma terapeutico volto a ridare fiducia al soggetto.

E nell'eventualità di suicidio per impiccagione: condanna ove risulti che lo strumento mortale era stata una borsa con lunga tracolla, sfuggita ai controlli; assoluzione, quando la cinta provenga dalle mani di un altro ospite (e si paventino i risvolti mortificanti di ogni misura volta a impedire contatti fra i ricoverati).

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