Interessi protetti - Professionista -  Riccardo Mazzon - 03/10/2020

Responsabilità contrattule e danni risarcibili: al committente è concessa la facoltà di recedere dal contratto d'appalto?

Al committente è concessa la facoltà di recedere dal contratto anche se è stata iniziata l'esecuzione dell'opera o la prestazione del servizio, ma egli deve tener indenne l'appaltatore (1) delle spese sostenute, (2) dei lavori eseguiti e (3) del mancato guadagno; in particolare, in ipotesi, appunto, di recesso unilaterale del committente dal contratto d’appalto, ai sensi dell’art. 1671 c.c., grava sull’appaltatore, che chiede di essere indennizzato del mancato guadagno, l’onere di dimostrare quale sarebbe stato l’utile netto da lui conseguibile con l’esecuzione delle opere appaltate, costituito dalla differenza tra il pattuito prezzo globale dell’appalto e le spese che si sarebbero rese necessarie per la realizzazione delle opere, restando salva per il committente la facoltà di provare che l'interruzione dell'appalto non ha impedito all'appaltatore di realizzare guadagni sostitutivi ovvero gli ha procurato vantaggi diversi - si veda, per un approfondimento, anche in relazione alla giurisprudenza qui citata, il trattato "Responsabilità contrattuale e danni risarcibili", Riccardo Mazzon, Giuffré 2019 -.

Il diritto di recesso, che l'art. 1671 c.c. accorda al committente, è pertanto da questi esercitabile (1) in qualsiasi momento dell'esecuzione del contratto di appalto e (2) per qualsiasi ragione che induca il committente medesimo a porre fine al rapporto, non essendo configurabile un diritto dell'appaltatore (cui spetta unicamente l'indennizzo previsto dalla norma) a proseguire nell'esecuzione dell'opera o del servizio; deriva da quanto precede, pertanto, sciogliendosi il contratto esclusivamente per effetto dell'unilaterale iniziativa del recedente - ancorché il recesso possa essere giustificato anche dalla sfiducia verso l'appaltatore per fatti di inadempimento -, che non è necessaria alcuna indagine sull'importanza di detto inadempimento e/o sulla ricorrenza di una giusta causa di recesso.

In argomento, è interessante inoltre tener conto di come, in tema di appalto, la consapevolezza, o anche il consenso - sia antecedente, sia successivo - espresso dal committente all'esecuzione, in tutto o in parte, delle opere in subappalto, valgono soltanto a rendere legittimo, ex art. 1656 c.c., il ricorso dell'appaltatore a tale modalità di esecuzione della propria prestazione e non anche ad instaurare alcun diretto rapporto tra committente e subappaltatore; con la conseguenza che, in difetto di diversi accordi, il subappaltatore risponde della relativa esecuzione nei confronti del solo appaltatore e, correlativamente, solo verso quest'ultimo, e non anche nei confronti del committente, può rivolgersi ai fini dell'adempimento delle obbligazioni, segnatamente di quelle di pagamento derivanti dal subcontratto in questione; e a tale principio, per quel che qui importa,  non si sottrae l'esperimento dell'azione per il pagamento dell'indennizzo spettante all'appaltatore in caso di recesso del committente, di cui all'art. 1671 c.c., rivestendo anche quest'ultima natura contrattuale.

Da ultimo, si è osservato come la domanda dell'appaltatore volta a conseguire dal committente il corrispettivo previsto per l'esercizio della facoltà di recesso - eventualmente pattuita in suo favore ai sensi dell'art. 1373 c.c. - e la domanda dello stesso appaltatore di essere tenuto indenne dal committente avvalsosi del diritto di recesso riconosciutogli dall'art. 1671 c.c., sono domande diverse; la seconda, infatti, ha per oggetto una obbligazione di valore, avente natura indennitaria (delle perdite subite dall'appaltatore e del mancato guadagno), cui sono applicabili gli stessi principi in tema di risarcimento del danno da inadempimento: sia (1) quello della possibilità di una liquidazione equitativa, sia (2) quello della necessità di tener conto, anche d'ufficio, della svalutazione monetaria sopravvenuta fino alla data della liquidazione; e, a tal proposito, va altresì notato come la nullità della clausola contrattuale vessatoria, unilateralmente predisposta e volta ad imporre una penale pecuniaria manifestamente eccessiva in caso di risoluzione anticipata, non comporta “sic et simpliciter” un potere di disdetta libero da qualunque vincolo e/o obbligo, poiché, a fronte del diritto di recesso unilaterale stabilito dall'art. 1373 c.c. permane comunque, in combinato disposto con l'art. 1671 c.c., in cui viene previsto che il committente debba "tenere indenne l'appaltatore …del mancato guadagno", un obbligo di risarcimento.