Interessi protetti - Obbligazioni, contratti -  Riccardo Mazzon - 17/01/2021

Responsabilità contrattuale e danno risarcibile: la distinzione tra danno patrimoniale e danno non patrimoniale

Già chiarito come, anche in ambito di danno derivante da inadempimento – o ritardo nell’adempimento -, l’effettiva esistenza di un danno sia senz’altro il presupposto principale necessario a far nascere un diritto al risarcimento - si veda, per un approfondimento, anche in relazione alla giurisprudenza qui citata, il trattato "Responsabilità contrattuale e danni risarcibili", Riccardo Mazzon, Giuffré 2019 -, in tal ottica, il danno risarcibile potrà consistere tanto nel danno c.d. patrimoniale quanto in quello non patrimoniale, avendo a mente come il vigente codice civile delinei, relativamente all’offesa conseguente all’illecito (il danno), un sistema risarcitorio bipolare, ove al danno patrimoniale si contrappone per l’appunto, con definizione eminentemente negativa (cui peraltro è opportuno cogliere la valenza residuale), il c.d. danno non patrimoniale; si pensi, ad esempio, alla violazione, da parte del medico, del dovere di informare il paziente: tal inadempimento può causare due diversi tipi di danni, ossia (a) un danno alla salute, sussistente quando sia ragionevole ritenere che il paziente, su cui grava il relativo onere probatorio, se correttamente informato, avrebbe evitato di sottoporsi all'intervento e di subirne le conseguenze invalidanti; nonché (b) un danno da lesione del diritto all'autodeterminazione in se stesso, il quale sussiste quando, a causa del deficit informativo, il paziente abbia subito un pregiudizio, patrimoniale oppure non patrimoniale (ed, in tale ultimo caso, di apprezzabile gravità), diverso dalla lesione del diritto alla salute.

Il danneggiato che chieda in giudizio il risarcimento è tenuto, dunque, a provare di aver subito un’effettiva lesione del proprio patrimonio e, in tema di liquidazione del quantum risarcibile, la misura del danno non deve necessariamente essere contenuta nei limiti di valore del bene eventualmente danneggiato, ma deve avere per oggetto l’intero pregiudizio, essendo il risarcimento diretto alla completa “restitutio in integrum” – per equivalente o in forma specifica: amplius infra – del patrimonio leso; una siffatta valutazione, da parte del giudice, presuppone però una compiuta allegazione di parte, in ordine ai dati da prendere a riferimento per una previsione aderente alla realtà – secondo cioè un criterio di normalità, in presenza di circostanze di fatto conosciute – e non risolventesi, invece, in puro arbitrio.

Così, per fare un esempio, in Trib. Roma sez. XII 13 novembre 2013 n. 22774, non avendo l’attore provato né che avrebbe venduto le merci – articoli sportivi - danneggiate dall’allagamento del magazzino, né il volume di affari degli anni precedenti, per fornire almeno un parametro concreto per la liquidazione equitativa, il giudice ha ritenuto il danno coincidente con il valore delle merci - riportato nelle fatture - ed ha respinto la domanda di risarcimento del danno alle merci stesse nella misura del prezzo di vendita e quindi del mancato guadagno, precisando inoltre che tra le nozioni di comune esperienza non rientrano le acquisizioni specifiche di natura tecnica e quegli elementi valutativi che richiedono il preventivo accertamento di particolari dati estimativi.

Quanto al danno non patrimoniale, esso è, in effetti, una categoria di danno estremamente ampia e variegata, comprendente, in una logica tripartita ormai condivisa dalla migliore dottrina e giurisprudenza, il danno morale soggettivo, il danno esistenziale e il danno biologico – dove il danno biologico, coperto integralmente dalla garanzia costituzionale dell’art. 32 della Costituzione, è a sua volta scomponibile nel danno all’integrità fisica e nel danno all’integrità psichica, ove quest’ultima locuzione assume, sempre più di frequente, la denominazione di “danno psichico” -.