Interessi protetti - Professionista -  Riccardo Mazzon - 27/08/2020

Responsabilità contrattuale e danni risarcibili: ancora sul risarcimento e la risoluzione nel caso di vizi presenti nell'opera appaltata

Quanto, in particolare, al risarcimento del danno in caso di vizi dell'opera appaltata, rimedio alternativo ed autonomo rispetto alle tutele (riduzione del prezzo e risoluzione) approntate a favore del committente dall'art. 1668 c.c. - e normalmente consistente nel ristoro delle spese sopportate dall'appaltante per provvedere, a cura di terzi, ai lavori ripristinatori -, esso dev’essere raccordato con la particolare natura dell'opus commissionato - si veda, per un approfondimento, anche in relazione alla giurisprudenza qui citata, il trattato "Responsabilità contrattuale e danni risarcibili", Riccardo Mazzon, Giuffré 2019 -.

Ne consegue invero che, (1) se l'oggetto dell'appalto sia costituito dalla realizzazione di una res, gli interventi emendativi si rapportano all'opera come sarebbe dovuta risultare, ove realizzata a regola d'arte; mentre, (2) se oggetto dell'appalto sia l'esecuzione di un'attività sul bene del committente, alla luce dei medesimi criteri di proporzionalità tra oggetto dell'appalto e danno, il risarcimento non può concretarsi in un radicale intervento di ripristino della cosa, facendo altrimenti conseguire al danneggiato una res qualitativamente migliore rispetto a quella anteriore, nella quale pure l'originario oggetto dell'appalto viene ricompreso; inoltre, qualora il committente, rilevata l'esistenza di vizi dell'opera, non ne pretenda l'eliminazione diretta da parte dell'esecutore del lavoro, chiedendo, invece, il risarcimento del danno per l'inesatto adempimento, il credito dell'appaltatore per il corrispettivo permane invariato.

Ancora, si osservi come, nel caso di risoluzione, per inadempimento dell'appaltatore, di un contratto di appalto avente ad oggetto la costruzione di un immobile su fondo del committente, è facoltà di quest'ultimo, il quale non ritenga di poter utilizzare il manufatto, chiedere (1) la demolizione dello stesso ovvero (2) il risarcimento del danno, pari al costo dei lavori a tale scopo necessari; se, invece, il committente intenda (3) ritenere le opere, divenute di sua proprietà per accessione, e queste siano suscettibili di essere utilizzate, spetta all'appaltatore un compenso nei limiti in cui il medesimo committente abbia ricavato vantaggio, senza che trovi applicazione, nella specie, la preclusione del rimedio della risoluzione, prevista in tema di compravendita dall'art. 1492, comma 3, c.c., per l'ipotesi in cui il compratore abbia alienato o trasformato il bene consegnato, dal momento che tale norma, dettando una peculiare disciplina relativa alla garanzia per i vizi della cosa venduta, non è espressione di un principio generale in materia di risoluzione del contratto.

In argomento, il dovere di correttezza e di normale diligenza, imposto al danneggiato dall'art 1227, secondo comma, cod. civ., non lo obbliga a svolgere attività che, pur nel fine lecito di contenere l'"iter" evolutivo dei danni, incidano sulla situazione dei luoghi in senso modificativo o sostitutivo di opere e cose comunque connesse geneticamente alla precedente azione od omissione dell'autore dell'illecito; in applicazione di tale principio, ad esempio, può affermarsi come, in un giudizio relativo alla responsabilità dell'appaltatore per i vizi dell'opera ex art 1668 cod. civ., non sia possibile addebitare al committente l'aumento dei costi dei lavori occorrenti per l'eliminazione dei vizi stessi, verificatosi in corso di causa, sul rilievo che tali lavori modificherebbero la situazione oggetto di accertamento giudiziale e che, in conseguenza, il committente non può ritenersi obbligato ad eseguirli prima della conclusione del giudizio.

Ai fini della risoluzione del contratto di appalto per i vizi dell’opera si richiede, dunque, un inadempimento più grave di quello richiesto per la risoluzione della compravendita per i vizi della cosa atteso che, mentre per l’art. 1668, comma 2, c.c. la risoluzione può essere dichiarata soltanto se i vizi dell’opera sono tali da renderla del tutto inidonea alla sua destinazione, l’art. 1490 c.c. stabilisce che la risoluzione va pronunciata per i vizi che diminuiscano in modo apprezzabile il valore della cosa, in aderenza alla norma generale di cui all’art. 1455 c.c., secondo cui l’inadempimento non deve essere di scarsa importanza, avuto riguardo all’interesse del creditore.

Pertanto la possibilità di chiedere la risoluzione del contratto di appalto è ammessa nella sola ipotesi in cui l’opera, considerata nella sua unicità e complessità, sia assolutamente inadatta alla destinazione sua propria, in quanto affetta da vizi che incidono in misura notevole sulla struttura e funzionalità della medesima, sì da impedire che essa fornisca la sua normale utilità; se i vizi e le difformità, invece, sono facilmente e sicuramente eliminabili, il committente può solo richiedere, a sua scelta, uno dei provvedimenti previsti dal comma 1 dell’art. 1668 c.c., salvo il risarcimento del danno nel caso di colpa dell’appaltatore; a tal fine, la valutazione delle difformità o dei vizi deve avvenire in base a criteri obiettivi, ossia considerando la destinazione che l’opera riceverebbe dalla generalità delle persone, mentre deve essere compiuta con criteri subiettivi quando la possibilità di un particolare impiego o di un determinato rendimento siano dedotti in contratto; e incomberà sul committente l’onere probatorio in ordine alla sussistenza dei vizi dedotti a fondamento della domanda di risoluzione del contratto di appalto, mentre competerà all’appaltatore addurre l’esistenza di eventuali cause che impediscano al committente di far valere il suo diritto.

Ai fini della risoluzione del contratto di appalto ex art. 1668 cod. civ., inoltre, non è necessario che l'appaltatore sia stato previamente posto in condizione di eliminare i difetti, né che l'eventuale tentativo sia stato esperito senza esito, di guisa che è del tutto irrilevante che l'opera sia stata smantellata dal committente senza consentire all'appaltatore di emendarne i vizi o le difformità, considerato altresì che, per la dimostrazione dei vizi redibitori, non occorre una prova legale consistente in un esame tecnico dell'opera ancora in essere, ben potendone essere accertata l'inidoneità alla destinazione sua propria attraverso la prova storica.