Interessi protetti - Generalità, varie -  Luigi Trisolino - 30/08/2020

Rappresentabilità e tutela delle minoranze: questione referendaria 2020 e qualità democratica

Il sistema parlamentare italiano può essere riformato, attraverso una ragionevole, effettivamente condivisa e meditata modifica – anche incisiva – della Carta costituzionale, nei punti che in essa delineano la struttura delle istituzioni legislativo-parlamentari. Il sistema parlamentare italiano, anzi, necessita di riforme, quelle serie e munite di una visione sistematica. Si può a buon motivo auspicare il superamento delle inefficienze parlamentari anche attraverso il superamento del bicameralismo perfetto italiano. Quest’ultimo infatti, prevedendo due camere quasi-fotocopia, affatica i meccanismi di legislazione, nonché i delicati e complessi equilibri tra Parlamento e Governo.
Bisogna comunque stare attenti a non “impasticciare” la Costituzione nel rendere troppi e troppo labirintici i procedimenti legislativi: serve equilibrio e sobrietà per un radicale cambiamento che innovi e ottimizzi il sistema del “fare le leggi”.
Ad oggi è imminente un voto troppo importante, per la salute della nostra democrazia e per la rappresentabilità di ogni singolo cittadino italiano all’interno del sistema democratico parlamentare. È imminente il voto per il referendum costituzionale di settembre 2020.
Tra pochi giorni in Italia dovremo decidere se confermare o meno la riduzione orizzontale del numero dei parlamentari.
Se vincerà il NO, non permetteremo che la Camera dei deputati abbia un numero di 400 deputati (anziché gli originari nonché attuali 630); se vincerà il NO, non permetteremo che il Senato della Repubblica abbia un numero di 200 senatori (anziché gli originari nonché attuali 315). Se votiamo NO, non permetteremo ad una riforma epocale approvata a colpi ovattati e senza una adeguata informazione pluralista di renderci cittadini sottorappresentati, con il rischio evidente di ledere le potenzialità espressive delle minoranze e delle forze politiche prive di grossi e potenti finanziatori.
Le ragioni principali che i sostenitori del SI al referendum rappresentano agli occhi di un Paese economicamente in difficoltà, in realtà, sono ragioni deboli e pericolose, consequenziali alla retorica aprioristica che sfruttando i populismi giunge a lambire l’irragionevolezza: il risparmio dello 0,007 per cento sulla spesa pubblica italiana, meno del costo di un cappuccino all’anno per ciascuno. Queste ragioni, seppur di largo consumo nella volgarità, risultano oggettivamente deboli perché un così minimo risparmio nulla è dinanzi al principio fondamentale di rappresentabilità (e di qualità-effettività rappresentativa) insito nell’apparato valoriale del sistema democratico, di cui all’art. 1 della Costituzione repubblicana.
I cittadini italiani, ove debitamente informati, non ammetterebbero queste inefficienti svendite di democrazia, che anzi porterebbero il sistema politico a correre il rischio di una ondata partitocratica in cui solo i notabili e potenti verrebbero eletti, o gli amici dei notabili e potenti, cari ai vertici di turno delle sempre ondivaghe e transeunti segreterie di partito o movimento.
Si obietta che basta cambiare la legge elettorale per garantire la rappresentabilità, ma chi solleva questa obiezione dovrebbe conoscere che stando al testo costituzionale che uscirebbe da questa riforma avremmo comunque un meccanismo legislativo in cui potranno essere emanate leggi elettorali a seconda del vento che tirerà, attraverso una legge ordinaria. E la Corte Costituzionale non può essere oberata di un compito che non è fisiologico alla propria ragion d’essere, dato che le leggi le fa il c.d. legislatore e non la Corte.
Ogni meccanismo eventuale di apertura alle minoranze attraverso una legge elettorale seria e rappresentativa, pertanto, dormirebbe sonni insicuri, poiché potrebbe sempre essere eliminato da un successivo meccanismo meno serio e meno rappresentativo nel furore di dinamiche parlamentari piegabili a scambi di poltrone e appoggi partitocratici, come già la storia parlamentare dimostra.
Le oligarchie non sono mai belle, né in economia (viva il diritto antitrust per uno Stato liberale serio ed economicamente garantista ed equo!), né nel cuore della democrazia parlamentare.
Stando ad una chiave di lettura storico-costituzionale, poi, i Padri Costituenti delinearono un sistema parlamentare bicamerale perfetto (questo sì, superabile, in nome di una più solida efficienza legislativa). Nel sistema delineato dai Padri Costituenti è stato istituito un modello con 630 deputati e 315 senatori, per rappresentare una Italia che nel 1948 era composta da circa 20 milioni di persone in meno rispetto ad oggi. Nel 1948, tra l’altro, si era in un’Italia in cui determinate esigenze minoritarie della contemporaneità non erano diffuse o non erano emerse alla pubblica opinione. Oggi, in un Paese in cui emergono profili inalienabili di multiculturalità e di diversità, occorrono un numero e un meccanismo che consentano al Parlamento di avere una visione completa e non claudicante degli spaccati di società italiana.
Si può approfondire la visione di chi qui scrive circa le esigenze delle società, odierne e in divenire, sul sito “Luigi Trisolino liberalfree” (luigitrisolino.wordpress.com).
Prima di cedere ai canti delle sirene, oh ulissiaci cittadini “dall’ingegno multiforme”, pensiamoci bene; non occorre legarsi all’albero maestro: anzi, restiamo liberi di votare con un NO per la nostra libertà antioligarchica, per la pienezza ed effettività della democrazia. I cittadini italiani non si accontentino di un anti-riformismo di tagli orizzontali e irragionevoli nel loro preciso “quantum”. I cittadini italiani si accostino alle serie riflessioni costituzionali, per un riformismo che sia fondato su solide e sistematiche ragioni di efficientamento e di tutela effettiva delle minoranze.

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