Deboli, svantaggiati - Generalità, varie -  Manuela Mazzi - 28/07/2020

Prodigalità

Avevo sempre pensato che la prodigalità fosse uno stato di grazia, un dono del cielo, una declinazione degli spiriti eletti. Come San Francesco che regala terre, palazzi, oro. E poi vaga per la campagna a piedi scalzi parlando con i fringuelli, incantandosi per i doni della natura e ridendo a crepapelle. Immaginavo insomma che i prodighi non sapessero resistere alla gioia del dono, che appartiene a tutti, ma che per questi spiriti potrebbe arrivare al parossismo.
E invece.  Si può donare tutto, per questo essere scontenti di se stessi, ma non essere capaci di dire di no. Restare in mutande, rimuginando su ciò che si è donato e perduto, condannati tuttavia a donare e perdere tutto il resto. Perché  esistono gli avvoltoi. Hanno un fiuto infallibile per queste situazioni, sentono l’odore di tutti gli animi frangibili da lontano e planano sul loro gobbo in giri sempre più stretti.  Molto facile che attorno ai dilapidatori si crei velocemente la folla.
Rintracciai Carlo H. in un basso della Sanità, dentro quindi una stanzetta appena sotto il livello della strada, con l’accesso diretto sul vicolo. Lo avevo cercato a seguito di una segnalazione del Tribunale, che aveva dichiarato nulla la donazione di una splendida villa di sua proprietà, a  Posillipo, circondata da un parco e da varie dependances, in parte affittata a un ristorante e a una discoteca. Carlo l’aveva donata a una signora che frequentava da circa tre mesi. Dopo poco però egli stesso aveva impugnato la donazione, assumendo che era stato raggirato. Era stata disposta una perizia sulle sue condizioni psichiche,  il Tribunale aveva ritenuto che la donazione fosse nulla perché Carlo era affetto da una irrefrenabile prodigalità e aveva inviato gli atti a me, quale pubblico ministero degli affari civili, perché valutassi l’apertura di un procedimento per l’amministrazione di sostegno in suo favore. Così trovai Carlo in quel basso attraversato da una pertica ancorata alle pareti a cui erano appesi i suoi vestiti, anche le sue giacche da professore universitario, e presentai il ricorso per la nomina di un amministratore di sostegno nel suo interesse.
Ma alla prima udienza ecco la prima sorpresa: Carlo non era più di nuovo proprietario della stupefacente villa perché l’aveva venduta. Il fatto è che non era lui che aveva intentato il processo perché fosse dichiarata nulla la precedente donazione della villa, ma era un concorrente della donataria a cui era sfuggito l’osso, per cui aveva sbavato da un decennio, mentre  si stava avvicinando gradatamente alla meta, affittando parti sempre più consistenti dello straordinario immobile per cifre irrisorie. E ora che la villa era stata liberata, era la volontà di Carlo che sarebbe stata imprigionata. Il maneggione doveva agire in fretta. E così, come Carlo non aveva saputo dirgli di no quando gli aveva chiesto di firmare la procura agli avvocati per annullare la donazione,  non gli aveva detto di no quando lo aveva  condotto da un notaio per ottenere la  villa.   Stavolta, più furbescamente, il manipolatore aveva previsto che il trasferimento della proprietà  derivasse da un atto di compravendita, anche se assolutamente sbilanciato a suo favore. Su tutta la vicenda Carlo, fino a quando non si scoprì, aveva mantenuto la più stretta omertà, come un bambino che ha fatto una marachella. Non ricordo i particolari della controversia giudiziaria che ne seguì. Essa si chiuse con una transazione che il giudice ritenne accettabile per il beneficiario, che perdeva una grossa porzione della villa, ma entrava nella disponibilità di una cifra notevolissima. Insomma a Carlo, ormai deciso ad andare in pensione e a trasferirsi in un bucolico paesino dell’Irpinia, veniva garantita una rendita mensile più che considerevole.
Nel borgo di montagna egli si fa ben presto conoscere e viene accerchiato da varie signore e signori, che  scoprono in lui un punto ancora più fragile degli altri: il desiderio che qualcuno cucini per lui. Lo psichiatra che aveva proceduto alla perizia aveva trattato ampiamente questa debolezza.  In  quella specie di castello sul mare, ora oggetto di tanti opachi passaggi di proprietà, governato da una madre ricca e algida, non si era mai cucinato. Al piccolo Carlo venivano dati i soldi per il ristorante a pranzo e a cena. Nessun odore  di salse, grigliate, fritture o   intingoli confortava il gelo  della casa. In questa tarda maturità, dinanzi a una parmigiana di melanzane e a una frase che rimarchi che è stata cucinata secondo i suoi gusti, tipo “ho abbondato con il basilico perché so che ti piace!”, egli non sa resistere. Nel complesso le cose però sembrano andare abbastanza bene. Egli abita dove vuole, con chi vuole, a turno perché in realtà non sopporta nessuno accanto a sé per  lungo tempo, e il suo futuro è sicuro, anche se riesce a spendere la  sontuosa paghetta mensile molto precipitosamente, tanto che il massimale che può prelevare è stato ristretto a quindici giorni.
Passa qualche mese e l’amministratore di sostegno mi dice che Carlo vuole fare una riunione con me. Arriva esagitato, gli do un bicchier d’acqua e mi preparo ad ascoltarlo.
“Mi dovete togliere la capacità di fare testamento!” Prorompe. Un momento! Ragioniamo! Non è necessario, lei alla fine potrà decidere come vuole e non è una cosa che riguarda la sua vita attuale.
“Certo che la riguarda! La mia vita è diventata impossibile.” Come un fiume in piena la racconta. Nel bel paesino  sono diventati da gentili a gentilissimi. Confidano i loro guai e a volte chiedono qualche piccolo prestito che non torna mai indietro. “E io non so dire di no! Non mi piace dare tutto a tutti, ma non riesco a dire di no.” Ed escono fuori le amarezze di tutta una vita. Come se ne sono andati  i quadri preziosi, le statue e i mobili della villa-museo, gli oggetti di affezione,  i poderi, i terreni, le case. “Ora, poiché vivo con i soldi contati e non posso più vendere niente, la mia vita era diventata tranquilla. Che pace! Fino a che non  hanno scoperto che ho ancora delle proprietà e posso fare testamento . E prima una signora che a volte mi vive accanto, poi un’altra, alla fine quasi tutti in paese hanno cominciato a perseguitarmi. Mi raccontano guai, malattie e ristrettezze, mi portano ciambelle e ciambelloni. Vogliono essere grandi amici miei e mi affliggono per essere ricordati nel mio testamento. Pochi giorni fa una signora più vicina delle altre mi ha teso un trabocchetto: c’era una macchina con un autista fuori con il motore acceso per portarmi da un notaio di Avellino e io mi sono salvato perché avevo la febbre.”
“Magari tutte le noie sarebbero finite!” Osservo incautamente. “Eh no!” Sbotta lui. “Sarebbe stato anche peggio. Perché poi avrebbero fatto a gara per portarmi dal notaio a cambiare il testamento. Oppure la cara signora mi avrebbe rinchiuso in casa.”
Provo a dire che un giorno potrebbe scegliere una persona a cui vorrà veramente bene, perché togliersi questa libertà? Mi sta forse per rispondere che non vuole bene a nessuno. Mi dice solo che non vuole lasciare niente a nessuno. Qui si sente anche il sapore della  vendetta per i soprusi di una vita. Gli rispondo che allora potrebbe anche pensare di fare testamento a favore per esempio di un ospedale per bambini e farlo sapere a tutti.  Medita un attimo, poi scuote la testa tristemente,  ma anche infastidito dalla mia dabbenaggine, e mi ribadisce che non risolverebbe niente, che anzi lo metterebbero in croce  per fargli revocare il testamento.
“No”, conclude. “ Io per stare in pace ho bisogno di una carta in cui c’è scritto chiaro e tondo che non posso fare testamento.”
“Mah!” Insinuo io. “ Una carta ci vuole poco a confezionarla.” Gli sto suggerendo di confezionarsi un falso provvedimento del giudice tutelare. Alla fine falsi tutti e falso lui. Scuote sconsolato la testa per la mia ingenuità : “ Dottoressa, quelli vanno da un avvocato e fanno controllare. No. Ho bisogno di una carta vera.”
E l’ha ottenuta.
Ha convinto anche il giudice tutelare a restringergli ulteriormente la libertà di poter disporre delle sue sostanze. Se ne è andato saltando come un grillo, sventolando il suo passaporto per la  serenità. L’ho incontrato dopo qualche tempo e l’ho trovato allegro.  Mi ha detto che se avesse saputo che c’era questa soluzione non si sarebbe dannato tutta la vita.
Così dunque è la storia dello sperduto Carlo, che spero abbia trovato affetti sinceri. Al padre del figliol prodigo, che ha iniziato bene rosolando il montone e colmando le stanze di quei rassicuranti aromi, consiglierei di cercare di capire  se il figlio, dilapidando in poco tempo tante ricchezze, ha poi avuto problemi con l’umanità che lo circondava e se esiste un qualche rimedio. Poiché questa storia mi ha mostrato che, se dentro non c’è anche una fanciullezza come quella di San Francesco, per questi munifici il rischio è quello di rimanere sia in miseria, sia in amara solitudine.