Deboli, svantaggiati - Minori, donne, anziani -  Redazione A3M - 21/01/2021

Persone fragili, emergenze sanitarie e istituzionali, consenso informato

Associazione “Anziani Terzo Millennio”
Progetto di ricerca - Questioni

   Fra gli argomenti di rilevanza socio-giuridica, uno fra i temi più significati emersi nell’ultimo periodo – oggi al centro di accanite discussioni – è quello del consenso formulato/formulando da parte delle creature fragili, in ordine a trattamenti sanitari che si annuncino indispensabili per la loro sopravvivenza, o comunque per la preservazione della loro integrità psico fisica.
   I principi fondamentali in proposito, quali espressi nell’art. 32 della Costituzione, sono ben noti:
“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”
   Di fatto varie sono le questioni - ecco il punto – che le normative e condotte emergenti (a livello legislativo o sanitario, negli orientamenti della giurisprudenza, nella prassi dei luoghi istituzionali) vanno oggi ponendo agli interpreti.
   Se ne segnalano qui alcune.

    # (a) -- La normativa sull’amministrazione di sostegno è apparsa, fin dagli albori (2004), tale da prestarsi a un’applicazione estesa, oltre che ai profili economici e a quelli personal-familiari, anche a quelli sanitari. Orbene, va sottolineato come i problemi per l’interprete non si pongano tanto in caso di paziente il quale, al di là dei suoi deficit, si dimostri comunque in sintonia con le decisioni che l’AdS si accinge ad assumere. Qualche incertezza sorge già nell’ipotesi di paziente non in grado, per le sue condizioni fisiche o psichiche, di esprimere alcun tipo di parere (ad es. soggetti in stato vegetativo o provvisoriamente in coma). Le perplessità maggiori riguardano la possibilità di utilizzare lo strumento in questione, al limite in chiave “coercitiva”, nell’eventualità di indicazioni sanitarie – quali suggerite dal giudice nel decreto o indicate dall’amministratore – in contrasto con la volontà espressa dal beneficiario: come orientarsi al riguardo?

   #  (b) -- In materia di Covid 19 il legislatore ha recentemente emanato un provvedimento che, all’art. 5, rinuncia a introdurre per gli ospiti delle RSA un vero e proprio obbligo a vaccinarsi. Come giudicare politicamente-eticamente tale indicazione? Che fare, in particolare, laddove emergesse (questione ancora aperta) che il vaccino non solo assicuri immunità ai vaccinati, ma sia tale da impedire loro di contagiare terze persone? Avrebbe senso, in tal caso, introdurre – salvo che per chi è a rischio anafilattico - un obbligo di vaccinazione ex lege? Tale soluzione dovrebbe valere anche per gli asintomatici, o per gli ex malati? C’è il rischio che le indicazioni garantiste di oggi si vanifichino, di fatto, in una modulistica automatica e super-burocratizzata?  E’ ragionevole pensare a responsabilità civili dei soggetti che non intendano vaccinarsi?  A  quali prescrizioni concrete potrà condurre, in ambito di lavoro subordinato, l’applicazione dell’art. 2087 c.c., circa gli obblighi per il datore di preservare la salute dei lavoratori?

   # (c) --- Nei confronti del TSO  di cui alla legge 180/1978 sono state espresse di recente critiche pesanti:  (a)  Non c’è esplicitamente  - si è scritto - come  presupposto necessario, dietro il T.s.o. del 1978,   il ‘Progetto esistenziale di vita’ ad ampio raggio;  che è quello su cui già poggia l’AdS e su cui ancor più occorre puntare  oggigiorno; (b)  Il tempo  della  cura è  troppo breve lì, i  7 giorni sono insufficienti in tanti casi; il fatto che sia possibile   raddoppiarli   non toglie a quel dato il risvolto impaurito, difensivo; (c)  Non va bene il Sindaco come figura  di riferimento, si tratta di una soluzione burocratica,  catastale, vuota di contenuto nel 99% dei casi;  (d)   Il ruolo del Giudice tutelare  è in quel testo  troppo debole,   marginale; deve diventare invece il centro  dell’intero tragitto, fin dall’inizio; (e)  La scelta della  duplicità  di medici  è eccessiva, nella prassi tutto  in realtà si automatizza, sclerotizza ; (f)  Il motivo della ricerca del consenso  del paziente  ha lì  un sapore  di casualità residua, di  astrattezza;  di fatto diventa  un quid evanescente, comunque la negoziazione non si nutre di pervasività esistenzial/metropolitana, articolata in una sequenza di voci sostanziali, di tasselli  quotidiani, funzionali; (g)  Manca  nella 180 la previsione di un  controllo forte, capillare,  come quello che potrebbe-dovrebbe assicurare l’amministratore di sostegno, o un curatore-guardiano apposito, magari attraverso gli assistenti sociali.
  Cosa pensare di queste osservazioni?

      #  (d) -- Nel progetto di riforma che abroga l’interdizione, attualmente pendente al Senato, fatto proprio dal Ministero della Giustizia, figura previsto, con particolare riguardo agli infermi di mente e ai portatori di dipendenze (alcol, gioco, droga, anoressie, etc.), il seguente ultimo comma nell’art. 411 c.c.:
  “In caso di dissenso tra amministratore di sostegno e beneficiario  circa gli atti da compiere, il giudice tutelare – previa audizione del beneficiario, svolti i necessari accertamenti allorché sia emersa una insufficiente o inadeguata consapevolezza critica, presso quest'ultimo, intorno alla propria condizione patologica  – assume con decreto motivato gli opportuni provvedimenti, compresa l’autorizzazione all'amministratore di sostegno a fare luogo comunque al compimento dell’atto, superando anche con mezzi coercitivi quel dissenso. Qualora si tratti di atti, accertamenti, terapie o interventi di natura o contenuto sanitario, il provvedimento del giudice dovrà conformarsi ai seguenti principi: a) verificare se il rifiuto, totale o parziale, o la revoca del consenso agli accertamenti diagnostici o ai trattamenti indicati per la patologia o a singoli passaggi del trattamento stesso, non risulti in concreto espressione di appropriate capacità e volontà, da parte del beneficiario, in ordine alla salvaguardia del proprio equilibrio esistenziale, dovendosi in tal caso riconoscere alle stesse attenzione e tutela prevalenti; b) riconoscere e rispettare in generale i bisogni, le aspirazioni e i valori del beneficiario; c) procedere solo quando l’assenza di un determinato intervento rischi di pregiudicare gravemente la salute  dell’interessato e minacci contestualmente il benessere dei suoi familiari, della parte dell'unione civile o del convivente; d) evitare che risulti  compromessa oltre il minimo necessario, nella forma e  nella sostanza, la libertà personale del beneficiario; e) coinvolgere quest’ultimo, quanto più possibile, nella pianificazione e nell’aggiornamento dei piani terapeutici, trattamentali e di assistenza”.
   Cosa pensare di questa modifica legislativa, solitamente indicata come “Patto di rifioritura”?


   #  (e) -- Come si concilia con l’art. 32 Cost. la normativa di cui alla l. 219/2017,  in tema del c.d. testamento biologico, là dove si ammette con riguardo ai trattamenti di fine vita – innovativamente rispetto alla disciplina dell’AdS – che il Giudice tutelare possa conferire all’amministratore di sostegno una rappresentanza ‘’esclusiva’’ in ambito sanitario?
   Cosa pensare della sentenza con cui la Corte costituzionale ha di recente negato l’incostituzionalità di quel  passaggio testuale, sostanzialmente postulando che la disciplina del’AdS, al quale l’intera materia sarebbe affidata per competenza, apparirebbe in grado di scongiurare attraverso la saggezza operativa del GT ogni possibilità di abuso?
  Come giudicare la prassi sempre più affluente, e ‘selvaggia’, nei decreti odierni di molti fra i GT di tutt’Italia, in cui all’AdS viene sostanzialmente affidata una tantum, senza alcuna limitazione di oggetto o di tempo, in barba a tutti i discorsi fatti sopra, una rappresentanza esclusiva in materia sanitaria?




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