Deboli, svantaggiati - Persone con disabilità -  Antonella Tamborrino - 15/11/2020

Pensione di invalidità e diritti incomprimibili della persona con disabilità. Corte Costituzionale n. 152/2020.

La Corte Costituzionale è di recente intervenuta con sentenza n. 152/2020, a seguito di un giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale sollevato dalla Corte d’Appello di Torino, per dichiarare l’inadeguatezza del trattamento pensionistico di invalidità civile –ex art. 12, co. 1 l. n. 118/1971- riconosciuto, fino a quel momento, alle persone con invalidità civile totale nella misura di € 286,81 mensili, in quanto insufficiente a soddisfare i primari bisogni di vita, violando il dovere al mantenimento di coloro che siano totalmente inabili al lavoro e sprovvisti dei mezzi necessari per vivere, posto a carico dello Stato ex art. 38 della Costituzione.

La Consulta al proposito ha dichiarato, altresì, l’illegittimità costituzionale del comma 4 dell’art. 38 della legge del 28 dicembre n. 448/2001 nella parte in cui, in riferimento alle persone con invalidità totale, limitava il riconoscimento dell’incremento del trattamento pensionistico di cui al primo comma del medesimo articolo, c.d. incremento al milione (incremento fino a €516,00 al mese per tredici mensilità, importo aggiornato a €651,51), soltanto a coloro che avessero raggiunto o superato un determinato limite anagrafico, sessanta anni, escludendo, conseguentemente, tutti coloro che, seppur nelle medesime condizioni, non avessero ancora raggiunto tale requisito di età.

Infatti, nella sua formulazione originaria l’art. 38 disponeva che a decorrere dall’anno 2002 si incrementava, a favore delle sole persone con invalidità civile totale di età pari o superiore a sessanta anni e ai sordomuti e ciechi civili -titolari di pensione o di pensione di inabilità di cui all’art. 2 della l. 12 giugno 1984 n. 222- la misura delle maggiorazioni sociali dei trattamenti pensionistici, escludendo, al contempo, tutti coloro che, seppur maggiorenni, non avevano raggiunto il requisito anagrafico indicato. Nel caso di specie, in primo luogo, la Corte Costituzionale ha dichiarato la manifesta inadeguatezza dell’attuale emolumento pensionistico di inabilità riconosciuto ex art. 12 della legge n. 118/1971 pari a euro 286,81, evidentemente insufficiente ad assicurare agli interessati un minimo vitale, per far fronte alle quotidiane esigenze primarie di vita violando in tutta evidenza il diritto al mantenimento proprio di ogni individuo inabile al lavoro sancito dalla Carta Costituzionale all’art. 38, rinviando al legislatore la rideterminazione del correlativo importo.  In secondo luogo, i giudici della Consulta hanno definito «irragionevole e discriminatoria» la disposizione contenuta nel quarto comma dell’art. 38 della l. n. 448/2001 laddove riconosceva l’incremento del trattamento pensionistico per il solo raggiungimento del sessantesimo anno di età escludendo, invece, quei soggetti totalmente inabili al lavoro di età compresa tra i 18 e i 59 anni, che seppur in condizioni di gravissima disabilità, continuavano a percepire una pensione di invalidità pari a poco più della metà, riservando loro di fatto una minor tutela. Infatti, la stessa Corte ha sottolineato che le minorazioni psico-fisiche che importano un’invalidità totale non possono considerarsi diverse nella fase anagrafica compresa tra i 18 ei 59 anni, rispetto alla fase che consegue al raggiungimento del sessantesimo anno di età, in quanto la limitazione è determinata da una condizione patologica intrinseca dell’individuo e non dal fisiologico e sopravvenuto invecchiamento.Conseguentemente, ha precisato la Corte Costituzionale che l’esclusione dei titolari della pensione di invalidità di età compresa tra i 18 ei 59 anni determina un ulteriore contrasto con gli artt. 3 e 38, co. 1 della Costituzione, nonché con gli artt. 4 e 28 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità.L’estensione di tale incremento del trattamento pensionistico alle persone con invalidità civile totale che abbiano raggiunto il diciottesimo anno di età, tuttavia, come ha sottolineato la Consulta non viola il disposto dell’art. 81 della Costituzione, seppur determini un aumento di spesa a carico dello Stato, in quanto nella specie prevalgono i diritti incomprimibili della persona dato che -come affermato dalla stessa Avvocatura generale dello Stato richiamata nella sentenza in esame- «il vincolo di bilancio non può avere prevalenza assoluta sugli altri principi costituzionali».In ogni caso, l’estensione del c.d. “incremento al milione”, in conformità alla logica del giudizio incidentale, ha effetto ex nunc, per cui non avrà applicazione retroattiva ma varrà soltanto per il futuro con decorrenza dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza in Gazzetta Ufficiale. Tuttavia, resta ferma la possibilità per il legislatore di rimodulare la disciplina delle misure assistenziali vigenti garantendo sempre alle persone con invalidità civile totale l’effettività dei diritti costituzionalmente riconosciuti.