Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Sabrina Peron - 13/01/2021

Mala Tempora Currunt: riflessioni sparse sull’umanità ai tempi della pandemia

La Natura, si sa, non è governata da leggi morali, ma da leggi fisiche che nulla hanno a che vedere con la morale umana. O, meglio, la Natura agisce per le sole leggi della sua natura, qualunque esse siano. Leggi che l’uomo suppone, in tutto o in parte, di conoscere sulla base di quelle che, di volta in volta, sono le sue conoscenze ed i suoi paradigmi scientifici.
Obbedendo solo alle sue proprie leggi, la Natura è ontologicamente indifferente al destino degli esseri viventi.
Forse il bisogno che l’omo ha di credere in Dio è solo questo: non accettare l'indifferenza della Natura alla nostra vita (ai nostri progetti, ai nostri sogni, al nostro vivere quotidiano, alla nostra gioia e alla nostra sofferenza) e credere che essa (la terra, la natura, la vita in generale nell'universo e la nostra singola vita), sia governata da una superiore legge morale rivelata, però, tra tutte le creature viventi solo ed esclusivamente agli uomini. Legge morale che viene amministrata da un Essere Sommo che, ad esclusivo beneficio degli uomini, interviene nella loro vita, derogando all'indifferenza della natura. In altri termini, l’uomo presuppone l’esistenza di un Dio che lo tiene incessantemente in evidenza e che, creandolo, gli ha assegnato anche una missione nell’universo.
La ragione di tale deroga resta inspiegabile, ma viene accolta e, quindi, razionalizzata, dai credenti come segno di particolare predilezione della divinità per le (sue) creature umane (le altre sembrano esserne altrettanto inspiegabilmente escluse, ma del resto ogni etica umana, ivi compresa quella religiosa, è antropocentrica) e in particolare per quelle che sono legate (religio = legare) a pratiche religiose ritenute gradite a Dio (anzi al “loro” Dio) .
 Le ragioni della presenza del male e “non” intervento di Dio (dai campi di sterminio, alle singole sofferenze e malattie e dolori) creano ancora più difficoltà: non si è stati abbastanza religiosi? Sono state eseguite o seguite pratiche errate? (Cristiane anziché di altre religioni) Dio era adirato con le “sue” creature? Concedendo all’uomo la sua libertà Dio ha rinunciato alla sua potenza e, quindi, alla sua possibilità di intervento?
Ovviamente l'uomo si interroga sulle ragioni del non intervento (inteso come presenza del male) nelle sole faccende umane, ma mai per quanto concerne gli altri esseri viventi che pure popolano il pianeta Terra.
Anche Papa Francesco, sia pure dal suo punto di vista, ha affrontato il tema. Difatti, in occasione di una intervista rilasciata a The Tablet, settimanale cattolico britannico, così ha dichiarato: «There is an expression in Spanish: “God always forgives, we forgive sometimes, but nature never forgivesi”. We did not respond to the partial catastrophes. Who now speaks of the fires in Australia, or remembers that 18 months ago a boat could cross the North Pole because the glaciers had all melted? Who speaks now of the floods? I don’t know if these are the revenge of nature, but they are certainly nature’s responses».
Tuttavia, concetti quali “perdono” e “vendetta” applicati alla natura, rivelano una visione antropocentrica alla quale la natura nella sua essenza è ontologicamente estranea.
La Natura non può dunque essere spiegata in termini di “perdono” o “vendetta”, più corretto mi pare il termine “risposta”, nel senso che la Natura obbedisce alle sue sole leggi di causa ed effetto: a determinate cause conseguono, corrispondono, determinati effetti. Se sul pianeta Terra, da un albero cade una mela, questa infallibilmente cadrà secondo la legge di gravità. Lo stesso accade con una palla di cannone: la traiettoria, la caduta e gli effetti della caduta obbediscono a leggi fisiche, ergo a leggi di natura. Alle leggi morali dell’uomo spetterà invece trovare una causa morale (nonché giuridica) giustificativa delle cannonate (tenendo presente che si tratterà sempre e comunque di doxa e, in alcuni casi, di alibi).
Gli esempi potrebbero continuare a lungo e in vari ambiti, ivi compresi quelli indicati da Papa Francesco: gli incendi in Australia, lo scioglimento dei ghiacciai e, da ultimo, la pandemia da Covid-19 che ha funestato il 2020 (e sta proseguendo in questo 2021). Ma in ogni caso la regola di base è identica: in natura ci sono conseguenze, non responsabilità. Di quest’ultime se ne devono far carico interamente e solamente gli esseri umani. Secondo l’insegnamento di Jonas, la tecnica moderna ha introdotto azioni, oggetti e conseguenze sino ad oggi inedite ed idonee a mettere in pericolo la vita sul pianeta Terra inteso come luogo abitabile per l’esistenza vivente, così come ad oggi conosciuta. Ad esempio, la Terra viene, costantemente sottoposta a massiccia trasformazione, manipolazione e sfruttamento per renderla il più possibile “comodamente” abitabile per l’Uomo (se non per tutti gli uomini, almeno per una certa parte di essi che hanno avuto la sorte di nascere e vivere nei c.d. Paesi a economia avanzata). Ma ciò ha comportato una destabilizzazione dell’equilibrio ecologico del pianeta, che è diventato inospitale per altre specie viventi (alcune delle quali si sono estinte o sono in via di estinzione) ed anche per l’uomo stesso (si vedano ad esempio i gravi rischi per la salute di coloro che vivono in zone contaminate o fortemente inquinate) il quale parrebbe aver innescato un processo di autodistruzione, che allo stato sembra difficilmente arrestabile (o anche solo rallentabile). Tale situazione è stata definita come una sorta di vulnerabilità della Natura «davanti all’intervento tecnico dell’uomo – una vulnerabilità insospettata prima che cominciasse a manifestarsi in danni irrevocabili». Tuttavia, più che vulnerabilità, mi pare più pertinente definirla come una sorta di riaggiustamento, in ottemperanza alle leggi che la regolano (e che grazie alla Scienza conosciamo, ma che, purtuttavia, conosciamo solo in parte). Si tratta di un riaggiustamento che sembra fondarsi su equilibri diversi e, forse anche inediti, rispetto a quelli conosciuti e dove, conseguentemente, vengono in gioco le capacità di adattamento a tali nuovi equilibri che hanno (o che svilupperanno), le creature viventi che abitano (o abiteranno) il pianeta. A ben vedere e in ultima istanza, dunque, si tratta più di una vulnerabilità di alcune (molte, troppe) creature viventi tra le quali rientra altresì l’uomo (nonostante le sue false credenze di supremazia quale homo deus). Vulnerabilità che porta in sé anche il rischio dell’eliminabilità, non solo di singoli individui, ma di intere specie e che a cerchi concentrici man mano si allarga sino a ricomprendere appunto gli stessi uomini. Tanto da poter affermare che «Tutti gli uomini sono eliminabili», anzi «l’umanità intera è eliminabile».
Tale binomio vulnerabilità / eliminabilità è emerso drammaticamente sotto gli occhi di tutti nell’anno di scarsa grazia 2020, con la pandemia attualmente in corso. Com’è stato osservato, se è vero che le «nuove malattie infettive sembrano essere principalmente il frutto di mutazioni casuali nei genomi degli agenti patogeni», è altrettanto vero che, al «giorno d’oggi, queste mutazioni con ogni probabilità accadono e si propagano più in velocemente che nel passato a causa dell’impatto umano sull’ambiente», la sovrappopolazione umana della Terra, fa poi il resto.
Vi è dunque una sorta di ottimismo illusorio che affligge l’umanità (soprattutto l’umanità di questi tempi), convinta nel progresso delle sue magnifiche sorti. Sorti che avanzano a prezzo di una catastrofe ecologica e che, comunque, sempre più lasciano indietro – drammaticamente indietro – gran parte della popolazione del pianeta. Ottimismo che rivela sempre più la sua illusorietà come le recenti catastrofi naturali hanno mostrato e come sta dimostrando anche la pandemia che sta mettendo a nudo i limiti della scienza, che credevamo alleato invincibile, ma soprattutto i limiti e le fragilità del sistema economico-sociale nel quale viviamo.
Ad ogni modo, le concludendo, a circostanza che la Natura non obbedisca ad alcuna legge morale, ma solo alle sue proprie leggi (che ci illudiamo di conoscere, ma che, forse, neppure conosciamo) mi pare la cosa migliore che potesse capitarci e da tale ontologica indifferenza, ciascuno a seconda del suo pensiero, potrebbe ricavare sia la prova dell'inesistenza di Dio, sia la prova della sua esistenza e grande saggezza.


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