Consumatori - Banca, servizi finanziari -  Giovanni Innocentini - 06/07/2020

Legittimo affidamento e rendimento dei buoni postali fruttiferi.

Arbitro Bancario Finanziario, Collegio di Coordinamento, decisione n. 6142 del 3 aprile 2020.

Recentemente l’Arbitro Bancario Finanziario si è occupato della questione del rendimento dei buoni postali fruttiferi, in particolare di quelli riportanti a tergo una tabella sui rendimenti alla quale è stato sovrapposto un timbro recante tassi di interesse inferiori.
Per meglio capire la questione, è necessario illustrare brevemente la disciplina del rendimento dei buoni postali fruttiferi rilevante e il caso.
L’art. 173 del DPR n. 156/1973, c.d. "Codice Postale", applicabile ratione temporis alla fattispecie de qua – oggi abrogato dall’art. 7 del D.Lgs. n. 284/1999 –, disponeva che per i buoni postali era consentito alla Pubblica Amministrazione di variare il tasso di interesse con provvedimento da pubblicare in Gazzetta Ufficiale; tali modifiche valevano non solo per i buoni delle serie successive, ma potevano essere estese anche per una o più delle serie precedenti.
Il Decreto Ministeriale del 13.06.1986 aveva previsto una riduzione del rendimento dei buoni postali, e le Poste utilizzando – in taluni casi – i modelli della precedente serie P, avevano provveduto ad apporre un timbro sul retro di alcuni dei buoni di nuova emissione, relativo al nuovo e più basso rendimento.
Tuttavia, il timbro recava solo i rendimenti dal primo al ventesimo anno, per cui il risparmiatore poteva essere portato a credere che per gli anni dal ventunesimo al trentesimo potesse trovare applicazione il rendimento più alto come risultante da stampa.
Per sciogliere il nodo interpretativo circa quale rendimento risulti applicabile ai titoli de quibus, viene in rilievo la natura giuridica dei buoni postali fruttiferi, nonché quella del rapporto intercorrente tra Poste e risparmiatori.
Ebbene, il buono postale fruttifero non è un titolo di credito, ma un titolo di legittimazione ai sensi dell’art. 2002 c.c., perché manca della letteralità e dell’autonomia che contraddistinguono il primo, in quanto il buono risente delle modifiche apportate dai decreti ministeriali secondo il meccanismo di eterointegrazione ex art. 1339 c.c.
Ciò non toglie che il rapporto intercorrente tra Poste e risparmiatore sia di diritto privato, perché la prima, già azienda di Stato, poi ente pubblico economico, ed oggi società per azioni, è un soggetto organizzato e gestito in forma di impresa.
Conseguentemente, anche se è vero che l’oggetto dei buoni è integrato da un regolamento ministeriale, che può avere anche valenza retroattiva, la regolamentazione specifica del singolo rapporto è comunque dettata dal titolo stesso, perché nel momento della stipulazione e sottoscrizione il risparmiatore pone il suo legittimo affidamento in quanto dichiarato nel buono stesso.
Di talché l’Arbitro Bancario Finanziario riconosce l’applicabilità del rendimento più alto stampato sul titolo riferibile alla serie precedente, in relazione agli ultimi dieci anni dell’investimento; ne risulta, dunque, una sorta di "titolo ibrido", rispetto al quale il rendimento più basso della serie successiva vale solo per i primi venti anni, ovvero quelli riportati nel timbro.
Viene così confermato il decisum delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione della sentenza del 15 giugno 2007, n. 13979, ove è stata riconosciuta la prevalenza di quanto dichiarato sul titolo rispetto all’eventuale rendimento difforme previsto da un regolamento ministeriale. Infatti, diversamente opinando si porrebbe a carico del sottoscrittore un errore imputabile all’Amministrazione e si legittimerebbe un’informazione fuorviante in danno del risparmiatore, il quale deve invece essere in grado di valutare compiutamente in sede di sottoscrizione i profili di convenienza e di rischio connessi al suo investimento.
L’ABF passa poi all’esame di una seconda questione, relativa a un secondo buono della serie Q, ovvero se sia liquidabile al risparmiatore l’importo indicato in termini assoluti sul retro del titolo, oppure su tale ammontare vada calcolata l’imposta sostitutiva.
Al riguardo, si ricorda che i buoni postali fruttiferi emessi prima del 20 settembre 1986 non sono soggetti ad alcuna ritenuta fiscale. Il D.L. n. 556/1986, convertito nella L. 759/1986, ha poi assoggettato a ritenuta fiscale del 6,25% i titoli emessi dal 21 settembre 1986 sino al 31 agosto 1987, aumentata al 12,50% per tutti gli interessi maturati sui buoni emessi del 1° settembre 1987 al 23 giugno 1997. Successivamente, il D.Lgs. n. 239/1996 ha introdotto, dal 1° gennaio 1997, l’imposta sostitutiva per quanto riguarda gli interessi nella misura del 12,50%.
Il Giudicante riconosce la propria cognitio a dirimere il punto ratione materiae, in quanto l’applicazione di questo parametro fiscale non costituisce una questione riservata al Giudice tributario, ma viene in rilievo perché incidente sulla determinazione convenzionale del quantum del rendimento.
Viene così accolta l’eccezione dell’intermediario, perché in relazione al regime fiscale indicato non emerge alcun trattamento differenziato, nemmeno per i rendimenti dal ventunesimo al trentesimo anno, ragion per cui la liquidazione del buono deve avvenire al netto dell’imposta calcolata sul rendimento indicato in termini assoluti sul retro del titolo.