Diritto, procedura, esecuzione penale - Reo, vittima -  Claudia Trani - 20/09/2020

LA VITTIMIZZAZIONE SECONDARIA

La vittimologia è una subdisciplina della criminologia che indaga sulle caratteristiche personologiche della vittima del reato, unitamente al rapporto che intercorre tra lei e il soggetto agente.

Già nel 1976 il prof. Gulotta individuava lo scopo di questa disciplina nello studio della conoscenza, diagnosi e prevenzione del crimine e della vittimizzazione dell’offeso.

Comunemente si pensa al danno della vittima come ad un patimento corporeo, materiale o economico subito ma indagini recenti hanno individuato due tipi di danno quali conseguenze del reato: quello primario e quello secondario.

Il primo è strettamente collegato al fatto delittuoso ed è il suo esito diretto, mentre nel secondo si riflettono le ripercussioni negative arrecate alla vittima dalla “risposta sociale” e “informale” che l’opinione pubblica, il comune senso del pudore, le istituzioni e, nondimeno, le persone più vicine all’offeso gli hanno manifestato dopo l’evento delittuoso.

In questo caso si parla di “rivittimizzazione” o di ”vittimizzazione secondaria” come di un’ulteriore sofferenza soprattutto psicologica inflitta a chi ha già sofferto per quella diretta. Il “victim blaming” dipenderebbe, secondo un certo filone criminologico, dalla convinzione che tutto lo si è meritato e quindi anche il delitto.

Il problema in esame non è stato oggetto dell’attenzione che si merita né dalla letteratura né dal nostro legislatore, eppure fa da fondamento alla coesione sociale sia nell’analisi del singolo individuo che della collettività e del rapporto tra le due entità.

Molto spesso la vittima deve confrontarsi con un sistema giudiziario che non sa ascoltarla, con dei servizi sociali che non sanno cogliere gli effetti devastanti del crimine commesso su di lei, che di conseguenza, trova uno scarso sostegno in quelle istituzioni che dovrebbero invece offrire un percorso multi-direzionale in un contesto di professionalità diverse.

C’è un cortometraggio italiano del 1999 “Piccole cose di valore non quantificabile” che enfatizza l’assenza di sensibilità nella persona di un brigadiere che raccoglie la denuncia di una ragazza a cui sono stati rubati “tutti i suoi sogni”.

Per quanto riguarda la letteratura, un forte segnale della vittimizzazione secondaria arriva, in tempi recenti, dalla psicologa Anna Costanza Baldry che, dopo una lunga, dolorosa e diretta osservazione della psiche sui figli e figlie orfani di madre nei tanti casi di femminicidio, ha sostenuto la stesura della legge n. 4/2018 che tutela questi orfani speciali.

Si tratta del “volto oscuro” della violenza di genere: sono bambini e ragazzi che già hanno vissuto passivamente i maltrattamenti in famiglia e che successivamente per mano del padre, vengono privati dell’amore materno e con esso dei loro sogni presenti e futuri.

L’omicidio del genitore fa vivere ai figli un doppio trauma che si materializza nella perdita contemporanea anche del genitore reo.

Ben recita l’art. 19 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (20.11.1989, ratificata dall’Italia con L. 176/1991) “ogni misura legislativa, amministrativa, sociale ed educativa per tutelare il fanciullo contro ogni forma di violenza” deve essere volta ad evitare che questi ragazzi restino orfani anche dello Stato.

Con L. 4/2018 il nostro legislatore è intervenuto sul codice penale sostanziale e di rito ed in particolare sull’omicidio aggravato dalle relazioni personali, di cui all’art. 577 c.p., inasprendo la sanzione per tale delitto che attualmente prevede la pena massima dell’ergastolo, sempreché la vittima dell’omicidio abbia la caratteristica di essere il coniuge separato o non, o una delle parti dell’unione civile o ancora l’offeso sia legato al reo da una stabile relazione affettiva e di convivenza.

Ma la novità è che lo Stato ha voluto essere presente nelle situazioni di difficoltà dell’orfano speciale non economicamente autosufficiente, che ora ha la possibilità di avvalersi del gratuito patrocinio al di là del limite massimo di reddito pari a euro 11.493,82.

È previsto inoltre, che già nella fase antecedente l’accertamento definitivo della colpevolezza, possa essere formulata la richiesta del sequestro conservativo, ex art. 366 c.p.p., dei beni dell’indagato a garanzia del risarcimento danni subiti dai figli.

È stato modificato anche il tecnicismo della provvisionale posta a tutela dei figli superstiti e che ora deve consistere in almeno il 50% del valore del danno presunto.

Ma ciò di cui ha bisogno la vittima non è solo di un aiuto economico bensì di una giustizia che va oltre e che si indirizza al contrasto dell’abuso di poter da chiunque perpetrato.

La prima Dichiarazione dei principi basilari di giustizia è stata approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 1985 con la Risoluzione n. 40/34. L’intenzione dell’organizzazione è stata quella di guidare gli Stati membri nell’affrontare la criminalità.

Si è voluto dare importanza soprattutto alla vittima ed alle sue necessità, non concentrandosi solo sulla repressione del delitto e sull’afflizione della sanzione, bensì avendo maggiore riguardo alla prevenzione della devianza e al risarcimento in primis morale ma anche materiale.

Non è stato né semplice né rapido raggiungere questo obiettivo, sopratutto nell’ottica di esaminare la vittima in maniera diversa, partendo dalla nuova definizione di “vittima di un crimine” che ora comprendente anche il danno emotivo, l’indebolimento della personalità e la consapevolezza della perdita della dignità e dei diritti fondamentali dell’uomo.

I principi fondamentali delineati dall’ONU prendono in considerazione, tra l’altro, il diritto di essere trattati con rispetto e considerazione, di poter usufruire di servizi di sostegno adeguati, oltre alla presenza e libertà di espressione del proprio parere nell’assunzione delle decisioni.

Ma la vittimizzazione secondaria si combatte anche nelle aule dei tribunali e a tal proposito vale la pena citare la sentenza n. 2422/2019 del tribunale di Roma (giudice P. Di Nicola) che ha affrontato con dovizia il tema delle vittimizzazione secondaria.

In questo caso la rivittimizzazione riguarda una donna che, decidendo di denunciare il marito, uomo violento e spesso ubriaco, ha conseguentemente perso l’affidamento dei figli di due e tre anni.

Viene rilevata da subito la situazione critica familiare, dove nessuno viene risparmiato dalle percosse dell’uomo: schiaffi, pugni e minacce sono all’ordine del giorno.

Il GIP del procedimento afferma la responsabilità penale del marito ai sensi dell’art. 572 c.p. con l’aggravante comune ex art. 61, c. 1 n.11-quinquies c.p. che prevede la commissione del fatto in presenza dei figli. Viene inoltre applicata la pena accessoria della sospensione della responsabilità genitoriale del padre per un periodo di 5 anni (ex art. 34 c.p.), sanzione oggetto di discussione tra il giudice penale e quello civile minorile.

Secondo tale sentenza, le istituzioni sarebbero state colpevoli di vittimizzazione secondaria nei confronti della madre poiché, negli anni, i servizi sociali avrebbero avuto riguardo solo al comportamento genitoriale dalla mamma, senza mai considerare l’inadeguatezza del padre, e le parole rivolte dai carabinieri alla donna sono state quasi accusatorie, colpevolizzandola di non aver mai avuto la forza di ribellarsi e denunciare le violenze familiari subite.

Ma il fatto più grave è sicuramente da ravvisarsi nella precedente decisione del Tribunale dei Minori di Roma che ha deciso di sospendere la responsabilità genitoriale della madre ritenuta non in grado di tutelare i figli minorenni, provvedimento di cui il giudice penale chiede, in sentenza, al Tribunale dei Minorenni di Roma, la rivalutazione di tale provvedimento.