Interessi protetti - Obbligazioni, contratti -  Mattia Sgarbossa - 03/09/2020

La testimonianza avente a oggetto l’esistenza di contratti la cui forma scritta è richiesta ad probationem è inammissibile, ma la relativa eccezione non è sollevabile d’ufficio in quanto trattasi di nullità relativa (Cass. Civ. SS. UU. 16723/2020)

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite si è pronunciata, con sentenza n. 16723/2020 pubblicata in data 05 agosto 2020, risolvendo l’individuato contrasto tra le sezioni semplici circa l’utilizzabilità della prova testimoniale assunta e avente a oggetto l’esistenza di un contratto con forma scritta ad probationem, nell’ipotesi in cui la parte interessata non ne abbia eccepito la relativa nullità. 

Il fatto. 

In seno a un procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, parte opponente eccepiva l’inesistenza del credito azionato, in quanto già oggetto di transazione, che tuttavia veniva provata solo per tramite di prova testimoniale. 

A contrario di quanto deciso dal Tribunale di Taranto, che aveva accolto l’opposizione e revocato il decreto per mancanza della prova del credito azionato, la Corte di Appello di Lecce – Sez. distaccata di Taranto accoglieva l’impugnazione proposta dalla creditrice, dando atto che l’accordo transattivo avrebbe dovuto essere provato per iscritto ai sensi dell’art. 1967 c.c.. 

Con ricorso in Cassazione, il debitore assumeva a contrario che, trattandosi di scrittura richiesta dalla legge ad probationem, e non ad substantiam, la carenza della prova scritta non poteva essere rilevata d’ufficio dal giudice, non avendo controparte mai eccepito alcunché a riguardo. 

Gli orientamenti

Il primo orientamento, maggioritario, rilevato dalla Corte, è nel senso di ritenere che in tema di contratti la cui forma è richiesta per iscritto a pena di nullità dell’atto (e dunque, ad substantiam), la prova per testi sull’esistenza del negozio è del tutto inammissibile, e può essere dedotta dalla parte o rilevata d’ufficio dal giudice in ogni stato e grado del giudizio. 

Tale nullità sarebbe infatti posta a tutela dell’ordine pubblico, mentre, a contrario, la nullità della prova testimoniale chiesta circa l’esistenza di un contratto da farsi per iscritto ai soli fini della prova in giudizio (ad probationem), attenendo alla tutela di meri interessi privati, non risulterebbe rilevabile d’ufficio, ma solo con eccezione di parte da presentare nella prima istanza o difesa successiva alla deduzione della questione (secondo il regime delle nullità relative di cui all’art. 157, comma 2 c.p.c.); in mancanza, tale nullità si intenderebbe sanata, con conseguente utilizzabilità della prova testimoniale da parte del giudice ai fini della decisione. 

Il secondo orientamento postula invece che quando per un certo contratto è prevista, dalla legge o dalla volontà delle parti, la forma scritta ad probationem, la prova testimoniale sull’esistenza dell’atto è inammissibile, salvo che per dimostrarne la perdita o la distruzione incolpevole, né può essere sanata dalla mancata eccezione della parte interessata. 

La sanatoria per acquiescenza potrebbe riguardare infatti solo lo scostamento dal modello legale dei modi di deduzione della prova testimoniale (indicazione specifica delle persone da interrogare e dei capitoli di prova, ex art. 244 c.p.c.), non anche la prova di per sé illegittimamente ammessa. 

Decisione e massima. 

Le Sezioni Unite hanno concluso accogliendo il primo orientamento. 

I limiti di ammissione della prova testimoniale sull'esistenza di un contratto soggetto a forma scritta ad substantiam sono infatti dettati da ragioni di ordine pubblico, mentre i limiti che la legge pone alla prova per testimoni su un contratto con forma scritta ad probationem, disposti dall’art. 2725 c.c., comma 1, sono dettati dall’esclusivo interesse delle parti, al pari degli altri limiti di ammissibilità della prova testimoniale in materia contrattuale (artt. 2721, 2722 e 2723 c.c.). 

Come sostenuto in modo pressoché unanime da dottrina e giurisprudenza, esse sono norme di carattere dispositivo, e dunque derogabili, anche alla stregua di accordi taciti o da fatti concludenti incompatibili. 

Di conseguenza, la regolazione della violazione delle formalità stabilite in tema di inammissibilità della prova testimoniale, in quanto posta a tutela di un mero interesse di parte, rimane soggetta alla disciplina delle nullità relative di cui all’art. 157c.p.c., comma 2, e dunque alla sola rilevabilità per eccezione di parte. 

Orientamento in linea del resto, come rammenta la Corte, con la ratio espressa nella Relazione al Codice Civile (p. 1114), secondo cui il legislatore ha provveduto a contemperare “quelle legittime diffidenze che ha sempre suscitate e suscita in materia contrattuale questo mezzo di prova, con la necessità di non offendere d’altro canto le esigenze della buona fede, in quei casi in cui anche fuori delle ipotesi dell’art. 2724 (eccezioni al divieto di prova testimoniale: principio di prova scritta; impossibilità morale o materiale di procurarsi la prova scritta; perdita incolpevole del documento, ndr), usi, necessità tecniche, condizioni di ambiente, relazioni personali tra contraenti od altre circostanze anche meramente contingenti possano spiegare o giustificare perché le parti non abbiano provveduto a procurarsi un documento scritto. 

Se, pertanto, - continua la Corte - l’interessato non abbia dapprima eccepito l’inammissibilità della deduzione istruttoria e quindi, se del caso, la nullità della prova per testimoni comunque assunta, tale nullità non potrà più essere rilevata o eccepita per la prima volta in appello, né in sede di legittimità. 

Alla luce delle suesposte argomentazioni, la Corte ha dunque pronunciato il principio di seguito riportato: “l'inammissibilità della prova testimoniale di un contratto che deve essere provato per iscritto, ai sensi dell'art. 2725 c.c., comma 1, attenendo alla tutela processuale di interessi privati, non può essere rilevata d'ufficio, ma deve essere eccepita dalla parte interessata prima dell'ammissione del mezzo istruttorio; qualora, nonostante l'eccezione d'inammissibilità, la prova sia stata egualmente assunta, è onere della parte interessata opporne la nullità secondo le modalità dettate dall'art. 157 c.p.c., comma 2, rimanendo altrimenti la stessa ritualmente acquisita, senza che detta nullità possa più essere fatta valere in sede di impugnazione”.