Cultura, società - Cultura, società -  Maria Beatrice Maranò - 30/03/2020

La poesia come viatico contro il Covid -19 ( capitolo quinto).

La poesia anti covid di oggi, voglio farla precedere dalla testimonianza di un medico pneumologo che lavora presso la struttura ospedaliera “G. Moscati”, dedicata a Taranto alla cura da Covid -19,  il dott Massimo Soloperto.:”Tutti i rumori nella notte si amplificano e nel buio della mia stanza , ascolto il respiro affaticato di mia madre nella stanza accanto che a volte mi tiene in apprensione nella sua fragilità di novantenne...In altri tempi mi avrebbe infastidito questo perenne stato di veglia ma, in questo periodo ,l’affannoso silenzio mi distoglie dai miei pensieri legati ad un lavoro,il mio, che improvvisamente e’ diventato diverso :il paziente che non è solo un malato da aiutare ma anche un potenziale pericolo per la mia salute.Mi alzo,quasi sempre prima della sveglia,e mentre mi preparo per andare al lavoro cerco di sentire alla radio qualche notizia che mi conforti in termini di numeri di contagi,infetti,guariti,morti con numeri spesso indecifrabili...avrei bisogno di una sola notizia:ragazzi,le infezioni stanno diminuendo drasticamente..invece no,si va avanti nella speranza di impercettibili miglioramenti.La strada per andare in ospedale è quasi deserta,ho il modello di autocertificazione sul sedile accanto...l’ultima volta che un carabiniere mi ha fermato appena hanno scoperto che ero un pneumologo del Moscati mi ha subito chiesto: Dottore ma come vanno le cose da lei? E mi ha congedato con un saluto pieno di speranza.Entro in reparto e comincio nella mia mente a ripassare i pazienti sul mio piano...mi preoccupa molto la signora anziana della seconda stanza ...respira a fatica e piange quando ci vede,vorrebbe il conforto della sua figlia e la sua nipotina,lei che è abituata a malattie non così crudeli ricordando che ha tenuto la mano del suo marito fino all’ultimo respiro.Dai,un sospiro e cominciamo la vestizione meticolosa con tutti i dispositivi di protezione...e si entra a visitare i pazienti...si incontrano gli sguardi degli infermieri di turno,anche loro infagottati nelle loro divise di protezione..quello sguardo che si incrocia ci sostiene e vale più di un abbraccio....si posizionano ventilatori e si eseguono procedura che prima erano neanche ipotizzzabili:ad un paziente si era incastrato il catere vescicale,in altri momenti avresti chiamato l’urologo e lui avrebbe risolto il problema.Ma al momento siamo soli al Moscati,noi e i Covid ..gli urologi sono in un altro ospedale e allora rapido consulto e il collega ti dice come sbloccare il catetere anche se non è proprio tra le procedure di un pneumologo...si va avanti e quando si arriva all’ultimo paziente finalmente si pregusta il momento di togliere quella mascherina che ti brucia il viso e quella tuta che ti asfissia...finalmente dopo una svestizione lunga e meticolosa di esce dalla “zona rossa”.Si compilano le cartelle e si danno le disposizioni agli infermieri per i vari pazienti.Si torna a casa pensando se hai fatto tutto con ordine e precisione.Si torna a casa stanchi e preoccupati ,non guardi più la tele...non ne puoi più di sentir parlare di Coronavirus...Una lettura sugli ultimi orientamenti diagnostici e terapeutici di questa malattia e poi  ,per distrarmi,una pagina di lettura del mio ultimo libro di Buzzati .Spengo la luce in compagnia dell’affannoso e familiare silenzio,ma questa notte mi sento alleggerito dal pensiero che la signora anziana della seconda stanza sta meglio e non piange più quando ci vede.Immagino che potrà riabbracciare la sua nipotina.Sto per addormentarmi ma un insolito pensiero si staglia nella mia mente :penso che quest’anno nonostante i disastri e le sofferenze porterà un Natale che saprà davvero di buono e di magico. Buona notte,amici miei”.( Massimo Soloperto)

Sintonico con questo scritto frutto della sensibilità di un medico, capace di essere anche uomo con tutti i suoi pazienti, è la poesia che ho scelto del poeta anti covid di oggi, Paul Verlaine, nato il 30 del mese di marzo del 1844, dal titolo; “Poichè l’alba si accende”; Ho scelto questa poesia perchè abbiamo bisogno in questo difficile momento di vedere, anche se lontana,  la luce del sole. Un’alba che speriamo ci faccia svegliare diversi, più attenti al bello della vita e degli affetti di chi abbiamo intorno. La poesia di Verlaine non  descrive ma suggerisce, e dissolve la realtà in sogno, in immagini sempre più vaghe. In tal modo la poesia conduce oltre l’esperienza sensibile e coglie l'essenza profonda e nascosta delle cose, attraverso la tonalità cromatica del grigio, colore della malinconia. Si sente nello scritto di Verlaine come nella testimonianza di Soloperto un desiderio di effettuare un improvviso cambio di marcia grazie ad una nuova speranza infusa nell'amore che gli autori provano il primo per una persona ( forse Rimbaud), il secondo per i suoi pazienti e l'umanità  

“Poiché l’alba si accende, ed ecco l’aurora,poiché, dopo avermi a lungo fuggito, la speranza consente a ritornare a me che la chiamo e l’imploro, poiché questa felicità consente ad esser mia, facciamola finita coi pensieri funesti, basta con i cattivi sogni, ah! Soprattutto basta con l’ironia e le labbra strette grazie e parole in cui uno spirito senz’anima trionfava. E basta con quei pugni serrati e la collera per i malvagi e gli sciocchi che s’incontrano; basta con l’abominevole rancore! Basta con l’oblìo ricercato in esecrate bevande! Perché io voglio, ora che un Essere di luce nella mia notte fonda ha portato il chiarore di un amore immortale che è anche il primo per la grazia, il sorriso e la bontà, io voglio, da voi guidato, begli occhi dalle dolci fiamme, da voi condotto, o mano nella quale tremerà la mia, camminare diritto, sia per sentieri di muschio sia che ciottoli e pietre ingombrino il cammino; sì, voglio incedere dritto e calmo nella Vita verso la meta a cui mi spingerà il destino, senza violenza, né rimorsi, né invidia: sarà questo il felice dovere in gaie lotte. E poiché, per cullare le lentezze della via, canterò arie ingenue, io mi dico che lei certo mi ascolterà senza fastidio; e non chiedo, davvero, altro Paradiso”;

Concludo con un celebre aforisma di Verlaine: " La morale migliore in questo mondo dove i più pazzi sono i più savi di tutti, è ancora di dimenticare l'ora"!