Deboli, svantaggiati - Generalità, varie -  Francesca Migliazzo - 13/07/2020

La conversione è un po' come rifiorire anzi, come germogliare

Portare frutti nuovi, quelli buoni, per te e per chi ti incontra. Lontani da ogni tipo di moralismo, la conversione non è riservata alle brave persone, non è riservata a chi è particolarmente capace; la conversione è per i “disponibili”, non per i perfetti. La conversione – alcuni rendono accessibile questo termine richiamando l’inversione di marcia automobilistica – è come cambiare direzione, orientamento; ad un certo punto, non per miracolo, ma per attrazione, forse direi per Amore, ti riconosci diverso da come pensavi di essere. E’ il tempo in cui ti concedi di essere te stesso, o meglio, il tempo in cui ti restituisci a te stesso. Il dono è che tu ti credi 10 – o forse 0 – quando in realtà sei 100, o forse 1000. E fino a quel momento hai vissuto tenendo il conto delle cose che ti mancavano, delle qualità che non avevi, ossessionato dall’idea di non essere perfetto, di non essere mai abbastanza. La conversione è la libertà di sentirsi e di essere povero.

 

Convertirsi credo abbia molto a che fare con la verità: con quella verità un po’ scomoda di noi, che ci scandalizza. Quella verità – paradossalmente inaccettabile per noi – che ti rivela che non devi dimostrare nulla a nessuno, che non sei perché vali, ma che, al contrario, benedetto contrario, vali perché sei; quella verità che ti rivela che non solo vai bene così come sei, ma che, proprio perché sei come sei, puoi essere un gran bene per qualcun altro. La conversione è quella Grazia che rende la ferita, feritoia. Succede, e forse questo è uno dei combustibili che accende il processo, succede che ad un certo punto ti senti amato, prezioso agli occhi di Dio, amato e prezioso agli occhi di qualcuno, e questo ti converte; lo sguardo di Dio e di qualcuno che ti ama ti aiuta a guardarti con altri occhi. Ti accorgi che non sei un miserabile, ma un misero, un povero. Niente di poco dignitoso.  Ti accorgi che “funzioni” solo se “servi” – non nel senso che servi a qualcuno, ma nel senso che servi qualcuno (qualcuno = complemento oggetto!), “funzioni” solo se proteso verso l’altro e non se ripiegato su te stesso. E te ne accorgi perché vedi altri farlo e li vedi felici, anzi, pieni, stanchissimi, ma protagonisti di una pienezza strabordante, fuori misura, esagerata. Funziona come quando ti svegli, dal sonno alla veglia; dall’intorpidimento all’energia; dalla morte alla vita nuova. Gesù ha svegliato tante persone nei suoi tre anni di predicazione; una in particolare mi colpisce: la figlia di Giairo. (Vangelo di Marco, capitolo 6, versetti 35-43) Questa bimba, che porta il nome del suo male, il suo papà, non ha trovato alcun modo per difendersi se non quello di lasciarsi andare. Tutti la credono morta, ma con l’arrivo di Gesù, qualcuno cioè che, ancora, la crede viva, tutto cambia. “Talita kum!” Le ordina. Che vuol dire “Sorgi!” e prima di questo aveva detto a tutti, disperati e increduli davanti ad una morte innocente, “la bambina non è morta, ma dorme.” Credo che la conversione abbia a che fare con questo sonno e con questo risveglio, credo che abbia a che fare con il battesimo, con qualcuno che ti mette un nome, con qualcuno che non ti chiama più con il nome del tuo male. Se volessimo giocare un po’ con di sinonimi.. conversione è uguale a nome nuovo, conversione è uguale a vita nuova, a respiro, conversione è uguale a fragilità visitata; conversione è quando ti accorgi e vedi che Dio è buono, è Padre; conversione è uguale a promessa mantenuta.

 

Conversione è uguale a specchio che non temi di guardare perché sai che lì scorgerai immagine e somiglianza di un Altro. Conversione è uguale a bello.

 

Contrariamente a quanto siamo soliti pensare, credo che chi si converte, il più delle volte, non abbia ascoltato le risposte giuste quanto, piuttosto, si sia fatto - o abbia permesso a qualcuno di fare a lui - le domande giuste; anche qui, per giusto, non intendo corretto, quanto personale; è questo riguardo personale ad accendere il fuoco. La conversione e, quindi, la vita di Dio, ti riguarda, è personale. Parla proprio a te ed è questo che attira l’attenzione, il cuore e il corpo. Domande della misura quasi giusta, come un vestito che calza abbastanza bene, ma che comunque ti scomoda un po’, per permetterti di cambiare stile.

 

Ti converti, se rimani. Se rimani davanti a queste domande, anche se spaventano un po’, perché richiedono cambiamenti, inversioni ad U, gli stessi cambiamenti e inversioni a U che ti consegneranno, rinnovato, alla tua vita non più zeppa, ma piena. Non più fertile, ma feconda.