Interessi protetti - Successioni, donazioni -  Francesca Zanasi - 02/11/2020

La cointestazione del conto corrente del de cuius con terzi non implica la comproprietà delle quote

Tradizionalmente si è ritenuto, sia in dottrina che in giurisprudenza, che la cointestazione del conto corrente tra due soggetti determinasse di fatto una divisione in parti uguali del denaro sussistente sullo stesso conto.

La questione in esame è ricorrente in materia successoria, ove spesso accade che alcuni degli eredi subiscano un pregiudizio economico dalla cointestazione operata dal de cuius prima del decesso in favore di uno soltanto di essi o in favore di un terzo che, approfittando della posizione di facile accesso al denaro, se ne appropri prima che questo possa ricadere nella relitta massa ereditaria. Com’è noto, infatti, in sede di determinazione dell’asse ereditario occorre focalizzarsi sulla giacenza presente sui conti correnti del de cuius alla data di apertura della successione, ovvero alla data del decesso, ponendosi a latere la problematica della qualificazione giuridica dei movimenti di denaro operati dal de cuius sul conto corrente prima dell’apertura della successione.

Occorre innanzitutto premettere che nell’ipotesi in cui il conto corrente del de cuius risulti cointestato, secondo le disposizioni contrattuali sottoscritte tra la banca e clienti, in caso di morte di uno dei cointestatari, il cointestatario superstite può continuare ad operare sul conto corrente a condizione che un coerede del defunto non si opponga mediante invio alla banca di una formale diffida. In caso di opposizione da parte di un coerede la banca deve pretendere il consenso di tutti i coeredi per consentire nuove operazioni di disposizione sul conto corrente o sul deposito titoli da parte del cointestatario superstite, altrimenti dovrà “congelare” i rapporti bancari del de cuius. Ciò chiarito, in riferimento alle reali spettanze ereditarie, la giurisprudenza ha pacificamente ritenuto, negli anni, che cade in successione la sola quota di danaro appartenente al cointestatario defunto, calcolata in rapporto all’intera giacenza del conto bancario e al complessivo numero dei cointestatari. Dunque, una volta accettata l’eredità, gli eredi del contitolare defunto acquistano pro parte la titolarità della predetta quota, subentrando nell’originario rapporto bancario del correntista defunto.

E ciò poiché, a seguito della stipula di un contratto di conto corrente bancario, si ritiene con presunzione iuris tantum che titolari dell’intera provvista siano, in parti uguali, tutti i cointestatari del conto.

Sulla questione è recentemente intervenuta la Corte di Cassazione (Cassazione civile sez. III, 03/09/2019 n. 21963) che ha mutato il precedente orientamento, stabilendo che la cointestazione del conto non è equivalente a una comproprietà perché può rappresentare solo un modo per permettere ai contitolari di operare sul conto, ma non comporta anche la cessione del relativo credito.

Nello specifico, è giunto innanzi alla Suprema Corte un caso in materia successoria, ove il de cuius aveva cointestato il proprio conto corrente alle due nipoti le quali, dopo il decesso della nonna, si erano appropriate delle rimanenze economiche sul conto e sul dossier titoli ad esso collegato. Gli eredi legittimari, lesi nella loro quota di riserva, hanno agito in giudizio sostenendo che i convenuti si erano appropriati della somma equivalente al saldo attivo dei conto corrente intestato alla defunta, oltre all'importo contenuto nel dossier titoli, chiedendo la condanna dei convenuti al pagamento della quota di 2/3 delle predette somme, corrispondenti alla quota ereditaria di spettanza degli eredi legittimari, oltre al risarcimento del danno. Le nipoti convenute si sono opposte all’accoglimento della domanda, sostenendo invece di aver agito quali comproprietarie delle quote, trattandosi di un conto cointestato.

Ma la Corte di Cassazione ha accolto le doglianze dei ricorrenti secondo cui i diritti di credito verso la banca possono essere trasferiti (non per atto unilaterale, ma) soltanto per contratto e che la cointestazione del conto corrente costituisce un semplice atto unilaterale ricettizio da parte del titolare nei confronti della banca, non idoneo a trasferire alcun diritto di credito verso la banca.

A parere della Suprema Corte, il de cuius aveva cointestato il conto all’unico fine di permettere alle nipoti di effettuare operazioni sul conto, mentre lei era in vita ela cointestazione di un conto corrente, salvo prova di diversa volontà delle parti (quali l’esistenza di un contratto di cui la cointestazione fosse atto esecutivo ovvero del fatto che la cointestazione costituisca una proposta contrattuale, accettata per comportamento concludente), è di per sé atto unilaterale idoneo a trasferire la legittimazione ad operare sul conto (e, quindi, rappresenta una forma di procura), ma non anche la titolarità del credito, in quanto il trasferimento della proprietà del contenuto di un conto corrente (ovvero dell'intestazione del deposito titoli che la banca detiene per conto del cliente) è una forma di cessione del credito (che il correntista ha verso la banca) e, quindi, presuppone un contratto tra cedente e cessionario”.

Alla luce di quanto stabilito dalla Suprema Corte, la cointestazione del conto corrente rappresenta soltanto una “presunzione di comproprietà” che lascia libera la strada alla possibilità di fornire la prova che si tratti di un semplice strumento atto a consentire all’altro cointestatario di eseguire operazioni sul conto, senza che sussista una cessione del credito e quindi una effettiva comproprietà delle quote.