Deboli, svantaggiati - Persone con disabilità -  Donatella De Caria - 09/04/2020

L’assegnazione della casa famigliare in presenza di soggetti portatori handicap grave

Sommario: 1. L’assegnazione della casa familiare ed il concetto di habitat domestico.2. l’orientamento della giurisprudenza di legittimità in tema di assegnazione della casa coniugale; 3. l’assegnazione della casa al genitore disabile non collocatario della prole; 4. i figli maggiorenni portatori di handicap grave e l’estensione delle norme previste per i figli minorenni; 5. l’assegnazione della casa coniugale in presenza di figli maggiorenni portatori di handicap grave

1. L’assegnazione della casa familiare ed il concetto di habitat domestico
• L’assegnazione della casa familiare
L’assegnazione della casa familiare è un istituto teso a tutelare i figli minorenni e quelli maggiorenni economicamente non autosufficienti, ancorché il destinatario della assegnazione sia un genitore.
Attualmente il godimento della casa familiare è disciplinata dall’art. 337-sexies- inserito nel codice civile dall’ultima riforma, che ha introdotto il principio dell’unicità dello stato di figlio ed ha eliminato, anche sotto il profilo lessicale, la discriminazione dei figli naturali.
L’anzidetto articolo 337 sexies c.c. ha uniformato la regolamentazione dell’assegnazione della casa coniugale nei procedimenti di separazione, di divorzio e in quelli di affidamento della prole nata fuori al di fuori del vincolo matrimoniale.
• La nozione di casa familiare ed il concetto di habitat domestico
La nozione di casa familiare è individuata dalla giurisprudenza nel luogo dove si svolge abitualmente la vita domestica, coincidente con l’immobile che abbia costituito il centro di aggregazione della famiglia durante la convivenza, esclusa qualunque altra abitazione di cui la coppia disponga, come, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, quella utilizzata per le vacanze.
Ai sensi dell'anzidetto art. 337 sexies c.c.
• il godimento della casa familiare, è attribuito tenendo prioritariamente conto dell'interesse dei figli, occorrendo soddisfare l'esigenza di assicurare loro la conservazione dell'habitat domestico, da intendersi, come si è detto, come il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui,  si esprime e si articola la vita familiare e ciò per evitare il prevedibile pregiudizio che ad essi deriverebbe dalla brusca interruzione di un rapporto con l'ambiente domestico e con le abituali frequentazioni. E’ interessante osservare che la giurisprudenza, nell’intento di tutelare l’interesse primario della prole a conservare il sopra citato habitat domestico si è spinta ad ammettere l’assegnazione della casa familiare finanche al genitore collocatario del minore che se ne era allontanato prima della introduzione del giudizio.
• il giudice tiene conto dell'assegnazione nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l'eventuale titolo di proprietà.
• Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l'assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio.
• Il provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a terzi ai sensi dell'articolo 2643.

2. L’orientamento della giurisprudenza di legittimità in tema di assegnazione della casa coniugale
La giurisprudenza maggioritaria ancora l’assegnazione della casa familiare alla tutela dell’interesse dei figli a conservare l’habitat domestico, subordinando l’adozione del provvedimento alla sola presenza di  
• figli minorenni conviventi
• e/o di figli maggiorenni non autosufficienti conviventi
• e/o maggiorenni conviventi e portatori di handicap grave.
L’orientamento giurisprudenziale prevalente esclude l’applicabilità di tale misura, oltre che nei casi sopra indicati, di mancanza di figli minorenni, maggiorenni con handicap grave o maggiorenni economicamente non autosufficienti, anche, nei casi in cui l’assegnazione risulti essere un mezzo per sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole.
Ciò in quanto, secondo la giurisprudenza di legittimità, “è' proprio l'esigenza di soddisfare tale interesse (alla conservazione dell'habitat domestico, inteso come centro degli affetti interessi e consuetudini nei quali si esprime e si articola la vita familiare) che, secondo la "ratio" della norma, giustifica il potere del giudice di imporre al coniuge titolare del diritto reale o personale di godimento dell'immobile il sacrificio della sua situazione soggettiva”
Dunque, al venir meno dei presupposti sopra indicati, in mancanza cioè di soggetti fragili meritevoli della tutela protettiva in parola, il godimento della casa sarà disciplinato in base al titolo (proprietà o altro diritto reale, titolarità del contratto di locazione o comodato), non potendo il giudice disporre l’assegnazione della casa familiare.
In caso di mancata assegnazione del godimento esclusivo della casa ove i comproprietari non riescano a raggiungere un ragionevole assetto dei propri interessi, essi restano naturalmente liberi di chiedere la divisione dell'immobile.
L’orientamento giurisprudenziale sopra richiamato - rimasto costante nella vigenza dell’art.155-comma 4  cc. ma anche dopo l’entrata  in vigore dell’art 155 quater cc. (introdotto dalla l.54/2006) e l’introduzione dell’art.337 sexies cc.-  non è stato indebolito ma, piuttosto rafforzato, dalle riforme del nuovo millennio  e le più recenti pronunce della Corte di  Cassazione ne danno conferma.
3. L’assegnazione della casa al genitore disabile non collocatario della prole
Nel solco dell’orientamento giurisprudenziale sopra indicato si inserisce un indirizzo meno restrittivo, nel quale emerge uno sforzo esegetico di contemperamento degli interessi della prole con quelli del genitore non collocatario dei figli.
A tale filone si devono le pronunce di
√ “assegnazione parziale della casa familiare”, nelle quali, cioè, l’assegnazione della casa è limitata alla parte dell’immobile realmente occorrente ai bisogni delle persone conviventi nella famiglia.
e quelle di
√ assegnazione  della casa al genitore disabile non collocatario della prole.  
L’orientamento  che riconosce l’assegnazione della casa familiare in favore del coniuge invalido gravemente infermo tende a far prevalere- nel contemperamento degli interessi tra soggetti vulnerabili coinvolti nel conflitto familiare- l’interesse del genitore a non subire, dallo sradicamento dall’abitazione, un pregiudizio sproporzionato rispetto al vantaggio procurato alla prole dalla permanenza nella casa.
L’interprete attraverso le soluzioni adottate armonizza l’equilibrio degli interessi dei soggetti fragili, propendendo per la tutela delle esigenze esistenziali della persona portatrice di handicap, senza tuttavia riconoscere all’assegnazione la funzione di tutela del coniuge economicamente più debole.
Indicativa di questo indirizzo è una sentenza della Corte di Cassazione risalente nel tempo ma di grande pregio in relazione al tema trattato , nella quale viene messo in luce che, seppure l'art. 155 comma 4 c.c.(nel testo fissato dall'art. 36 l. 19 maggio 1975 n. 151), preveda "ove possibile" l'assegnazione della casa familiare in favore del coniuge affidatario di figli minori, esso pone, tuttavia un criterio preferenziale, suscettibile di deroga, nel caso in cui l'interesse dei minori sconsigli una loro permanenza in detta casa ma, anche, quando il vantaggio di tale permanenza, alla luce delle peculiarità del caso concreto, non sia proporzionato alla gravosità della soluzione per il coniuge non affidatario.
Di pari tenore è la più recente pronuncia della Corte d’Appello di  Venezia del  6 marzo 2013, n. 25, , la quale, nel riformare i provvedimenti provvisori emessi dal Presidente del Tribunale di Venezia, in un giudizio di separazione, che aveva assegnato la casa familiare alla moglie, afferma che: <<Il coniuge, non vedente, co-affidatario di una minore di undici anni, ha diritto all'assegnazione della casa coniugale, precedentemente assegnata alla moglie, giacché l'interesse, attuale e concreto, del genitore disabile, va tutelato con urgenza, essendo prevalente rispetto ad un generico interesse della minore a conservare il proprio habitat>>. Nel provvedimento in parola, l’illuminata Corte scrive: <<Non par dubbio che un cambiamento di abitazione potrebbe creare alla minore una qualche difficoltà derivante dal distacco affettivo dalla casa ove ha vissuto e dall'ambiente domestico ove ha trascorso undici anni con i genitori , ma è evidente che, allo stato, in assenza di elementi che inducano a ritenere che ciò possa comportare un grave pregiudizio alla stessa, appare estremamente più meritevole di tutela l'interesse del (...) di restare nella propria abitazione che è concreto attuale e da garantirsi con urgenza>>.
Nella fattispecie, il marito risultava affetto da totale cecità, abitava da sempre nella casa di proprietà con un giardino, dove viveva un cane guida che egli utilizzava, sia per i suoi normali bisogni di movimentazione, sia per recarsi al lavoro.
In tale situazione, , alla Corte genovese è apparso <<estremamente ingiusto>> estromettere l’uomo non vedente dalla casa coniugale, posto che l’allontanamento dall’abitazione gli avrebbe causato indiscutibili problemi di gestione della sua vita quotidiana per il tempo occorrente all’ambientamento in una nuova casa ma soprattutto gli avrebbe impedito per un lunghissimo periodo di recarsi al lavoro autonomamente, posto che il cane accompagnatore aveva ormai appreso e memorizzato i percorsi da compiere per consentire al padrone di portarsi sul luogo di lavoro.
In senso diametralmente opposto, di recente, si è espresso il Presidente del Tribunale di Velletri che, interpretando restrittivamente l’art.155 quater c.c., in un caso di separazione giudiziale sotto alcuni aspetti analogo a quello appena citato, ha rigettato la richiesta di assegnazione della casa familiare in favore del marito disabile.
Nella fattispecie, il Presidente del Tribunale di Velletri, nel pronunciare i provvedimenti provisori, ha assegnato la casa familiare alla moglie presso la quale ha disposto il collocamento del figlio minore, ritenendo prevalente l’interesse del fanciullo a conservare il proprio ambiente domestico e sociale,  sull’interesse del genitore sordo muto dalla nascita e non istruito con la lingua dei segni, a proseguire la propria esistenza nella casa familiare - ubicata in prossimità dell’abitazione del fratello e per più edificata dal padre con appositi dispositivi ed ausili per sordi , in cui l’uomo aveva da sempre vissuto coadiuvato dalla figlia maggiorenne convivente (nata da una precedente unione), che lo supportava per via della capacità di leggere il labiale.
La decisione in commento è in linea con l’orientamento giurisprudenziale che interpreta restrittivamente l’art 155 quater c.c , in quanto basata sul presupposto che gli interessi dei figli minorenni devono prevalere sulle ragioni dei genitori che, seppur degne di considerazione e legate alla disabilità, debbono - a fronte del disposto normativo dell’art. 155 quater c.c. - (secondo cui la decisione deve essere adottata tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli ) cedere a quelle del figlio minore alla conservazione del proprio ambiente domestico e sociale in cui è inserito.
Neanche è stato di ostacolo al siffatto componimento degli interessi, la dedotta  presenza all’interno della casa familiare di dispositivi per sordi con specifiche funzioni di ausilio per il marito disabile, posto che il decisore ha ritenuto tali impianti riproducibili senza particolare difficoltà in una diversa abitazione e per consentirne la materiale installazione ha posticipato  il termine per il rilascio della casa coniugale di quattro mesi dalla comunicazione del provvedimento pronunciato fuori udienza.
Il provvedimento in commento mette in evidenza un vulnus inaccettabile: l’ordinamento non prevede in materia di conflitti familiari e segnatamente riguardo all’istituto in esame una tutela specifica per il coniuge fragile -inteso quale portatore di disabilità o anche di infermità solo temporanea- ed è lasciato all’interprete il gravoso compito di ricercare soluzioni che, purtroppo, non sempre riesce a vedere, nel non riprensibile sforzo di attenersi al tenore letterale della norma.
Si è certi che all’attento Legislatore non sfuggirà, nell’opera di revisione della materia che si appresta a compiere, la necessità di porre tempestivo rimedio a tale evidente ingiustizia.
4. I Figli maggiorenni portatori di handicap grave e l’estensione delle norme previste per i figli minorenni
La tutela riservata dal Legislatore ai figli minorenni e maggiorenni non autosufficienti economicamente coinvolti nei conflitti separativi dei genitori non si limita naturalmente alla sola conservazione dell’habitat domestico ma ha ad oggetto una serie più ampia di misure protettive tese a garantire una sana ed equilibrata crescita, ai primi, attraverso la regolamentazione del loro affidamento e collocamento e di norme specifiche in materia di mantenimento, queste ultime applicabili anche ai secondi.
Alcune di tali misure protettive dettate in favore della prole minorenne, come già anticipato,  sono estese ai figli maggiorenni portatori di handicap grave.
L’art. art.337 septies c.c., infatti, che, al primo comma detta  disposizioni in materia di mantenimento dei figli maggiorenni economicamente non autosufficienti al successivo 2° comma, riprendendo il disposto dell’art. 155 quinquies, ultima parte, cod. civ., stabilisce che ai figli maggiorenni portatori di handicap grave si applicano integralmente le disposizioni previste in favore dei figli minori.
• La gravità dell’handicap
Per stabilire la gravità dell’handicap, a cui è condizionata l’applicazione di tali disposizioni., è necessario fare riferimento all'art. 3, comma terzo, legge 104/1992 al quale rinvia l’art. art. 37 bis disp att.cc..
Dunque, secondo il precitato art. 3 della l.104/1992
√ è portatore di handicap   " colui che presenta una minorazione fisica, psichica, sensoriale, stabilizzata e progressiva che è causa di difficoltà di apprendimento, relazione o integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale e di emarginazione”.  Il comma 3 precisa che “qualora la minorazione, singola o plurima, abbia ridotto l'autonomia personale, correlata all'età, in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione, la situazione assume connotazione di gravità. Le situazioni riconosciute di gravità determinano priorità nei programmi e negli interventi dei servizi pubblici. “
√ L’estensione delle norme previste a tutela della prole minorenne i ai figli maggiorenni portatori di handicap
Secondo la giurisprudenza di legittimità un’interpretazione logica e coordinata dei due commi del precitato art. 337 septies cod. civ. indurrebbe a ritenere che il legislatore abbia inteso espressamente estendere in favore dei figli maggiorenni non economicamente indipendenti le sole statuizioni di ordine economico previste per i figli minori (art. 337 septies, comma primo, cod. civ.), mentre il riferimento ai figli maggiorenni portatori di handicap grave sia stato appositamente effettuato dal comma secondo mediante l’utilizzo della locuzione “si applicano integralmente”, al fine di estendere tale rinvio non solo alle disposizioni di carattere economico bensì anche a quelle relative all’assegnazione della casa familiare al genitore presso il quale è collocato il figlio
L’orientamento che si è affermato nella giurisprudenza di merito e di legittimità è, dunque  di
√ ritenere estensibili ai figli maggiorenni portatori di handicap grave, le disposizioni patrimoniali dettate per i figli minori in tema di mantenimento e attribuzione del godimento della casa familiare
√ ritenere non applicabili ai figli maggiorenni portatori di handicap grave  le norme in materia di affidamento e collocamento della prole minorenne
La ragione per cui si esclude l’applicazione della disciplina in materia di affidamento ai figli maggiorenni portatori di handicap grave risiede nel fatto che
√ con la maggiore età viene meno la presunzione legale di incapacità (come pure la responsabilità dei genitori)
e che
√ la mancanza di capacità di agire del figlio maggiorenne portatore di handicap non è automatica ma deve semmai essere accertata eventualmente, in via parziale o totale, nei giudizi specifici di interdizione, inabilitazione od amministrazione di sostegno.
• La mancanza di coordinamento tra la disciplina dettata per i figli maggiorenni portatori di handicap grave e quella in tema di amministrazione di sostegno e di tutela delle persone incapaci
La disciplina prevista per i figli maggiorenni portatori di handicap grave coinvolti nei conflitti familiari, purtroppo, non detta alcun coordinamento con quella  prevista in tema di amministrazione di sostegno e, più in generale, con gli istituti a tutela delle persone incapaci e ciò dà luogo a non pochi problemi interpretativi che si ripercuotono, inevitabilmente, sui tempi di risposta alle esigenze delle persone vulnerabili in parola, che, invece, per loro natura richiedono speditezza.
Nei procedimenti separativi ed in particolare nella fase presidenziale è ravvisabile un vulnus di tutela per i soggetti fragili di cui si discute, nelle more fra il raggiungimento della maggiore età e l’attivazione da parte dei preposti, della richiesta dell’amministrazione di sostegno o di altre misure a tutela dell’incapace.
Nella prassi, infatti, succede, non di rado, che i genitori propongano la domanda di separazione personale o di divorzio prima di chiedere l’amministrazione di sostegno o l’interdizione del figlio (magari solo perché minorenne al momento del deposito del ricorso per separazione o divorzio), ed invochino l’applicazione delle disposizioni in materia di affidamento e collocamento previste per la prole minorenne. Poiché tale disciplina, come si è detto, non è estensibile ai figli maggiorenni portatori di handicap, in casi simili, il figlio disabile, resta privo di protezione giuridica fino alla nomina dell’amministratore di sostegno o all’apertura della tutela.
E’ dunque auspicabile un intervento legislativo teso a dare una soluzione tempestiva  alla prospettata problematica della carenza di coordinamento tra le norme a tutela dei figli maggiorenni portatori di handicap grave e quelle regolatrici degli istituti a protezione degli incapaci, ma, anche, a superare le logiche di frammentarietà  nella materia avente ad oggetto la protezione di soggetti vulnerabili, rendendo esplicitamente estensibile la disciplina sull’affidamento condiviso ed esclusivo ai figli per i quali risulta accertata la gravità dell’handicap- facendo salva naturalmente la possibilità per i genitori di ricorrere comunque alla nomina dell’Amministratore di sostegno.
Allo stato, neanche nel disegno di legge delega al Governo, approvato nella seduta del 28 febbraio 2019 dal Consiglio dei Ministri che contempla la revisione della disciplina in materia di interdizione, inabilitazione ed amministrazione di sostegno, sembra ravvisarsi un rimedio immediato per la problematica sollevata.
5. L’assegnazione della casa coniugale in presenza di figli maggiorenni portatori di handicap grave
La giurisprudenza è pressochè unanime nel ritenere applicabile- secondo il processo proprio dell'interpretazione estensiva- la misura dell’assegnazione della casa coniugale al genitore con cui convive il figlio maggiorenne portatore di handicap grave.
Valga a tal proposito rilevare che, già nel vigore dell’art.154 c.c., l’assegnazione della casa coniugale è stata intesa come strumento indispensabile a garantire al figlio totalmente invalido la continuità dell'ambiente domestico e del luogo degli affetti, così da assicurargli una migliore qualità della vita ed al tempo stesso a realizzare un certo riequilibrio del carico di responsabilità tra i genitori.
• Lo Statuto del portatore di handicap e lo Statuto della famiglia del portatore di handicap
Giova osservare come, secondo la Corte di Cassazione, l'interpretazione della norma intesa ad estendere l’assegnazione della casa coniugale al figlio maggiorenne portatore di handicap grave, sia <<pienamente coerente con il complesso di misure di protezione previste dalla legislazione nazionale e regionale, dirette a garantire ai soggetti portatori di handicap una vita di relazione quanto più possibile adeguata alla loro personalità, ai loro interessi ed alle loro potenzialità ed inserita nel contesto sociale>>.
A tal fine, la stessa  Corte, nella sentenza n. 16027 del 19 dicembre 2001, in un quadro normativo dalla stessa minuziosamente descritto e  costituito da disposizioni normative  nazionali e regionali- che  favoriscono, in  diversi ambiti, i disabili ma anche direttamente e/o indirettamente le loro famiglie, individua uno "statuto del portatore di handicap", come soggetto debole del quale la collettività è tenuta a farsi carico mediante opportune misure di sostegno, che si sviluppa in uno "statuto della famiglia del portatore di handicap", il cui impegno quotidiano di cura e di assistenza trova riconoscimento e promozione in determinate provvidenze sia sul piano economico che su quello dell'organizzazione domestica.
Secondo Giudici di legittimità, è in questa prospettiva che l'eccezionalità e la peculiarità della posizione del disabile e della sua famiglia si saldano con piena coerenza con la eccezionalità dell'istituto dell'assegnazione della casa coniugale.
La sentenza offre lo spunto per riflettere sull’esigenza di riordino della materia e sulla necessità di un immediato intervento legislativo che, come si è detto - nell’ottica di superare ogni logica di frammentarietà- restituisca dignità ai soggetti portatori di handicap ed ai loro familiari, facilitando l’esercizio dei loro diritti e, quindi, i compiti delle persone che se ne prendono cura, come sembra  volersi fare con il disegno di legge del  Consiglio dei Ministri approvato, nella seduta del 28 febbraio 2019, ,
Conclusioni
Le osservazioni esposte hanno messo in luce come la tutela dei diritti dei disabili nella materia dei conflitti familiari sia ancora caratterizzata da zone d’ombra e di non certezza per via dei vuoti normativi esistenti, colmati da interpretazioni non sempre univoche.
La fragilità di tale sistema si ripercuote sulla persona disabile e su coloro che lo curano, rendendo più difficile la loro vita. E’ dunque  auspicabile che al più presto i vuoti normativi vengano colmati e che si possa cerare il codice unico della disabilità, di cui tanto si è detto, e che metaforicamente si vuole immaginare come un “cassetto” dal quale il soggetto portatore di  handicap (o la persona che si prende cura di lui) possa attingere ed estrarre , di volta in volta, in modo semplice e veloce gli strumenti di cui  ha bisogno per esercitare e tutelare prontamente i propri diritti, evitando, in quanto possibile,  intermediari ed ostacoli burocratici.

In allegato il testo integrale dell'articolo con note