Famiglia, relazioni affettive - Legami sentimentali -  Fedeli Giuseppe - 29/09/2014

IL VOLTO DI MEDEA - G.FEDELI

 

 

"Vi sono individui che non hanno mai ucciso, eppure sono mille volte più cattivi di chi ha assassinato (...)" (F.M.Dostoevskij)

 

La figura della donna/madre è sacra, il suo ruolo"primitivo", ancestrale. Ci sono donne che, per difendere e proteggere i propri figli, hanno lottato, combattuto, si sono umiliate, prostituite, sono fuggite, sono morte di stenti, spesso per garantire loro la sopravvivenza e un'esistenza dignitosa. E se questo ne ha causato l'annichilimento, è stato comunque un atto gratuito, la suprema donazione di sé: virtù di pietà e di devozione, appannaggio della sorgente della vita. In questi ultimi anni la cronaca nera è stata segnata da frequenti omicidi consumati en famille. Per mesi, per anni è risuonata l'eco dei delitti di Novi Ligure, di quelli di Cogne, di Avetrana; recentemente è accaduta una tragedia familiare nel Colorado: il marito è stato svegliato nella notte dal rumore dei colpi di pistola, esplosi dalla moglie -poi suicidatasi- contro il loro figlio di nove anni per "far del male" al compagno fedifrago. A prescindere dal voyeurismo mediatico, mai sazio di scoop e di trasmodare nel sensazionalismo, specie a cospetto delle vicende più cruente -e per ciò stesso più appetibili-, gli omicidi in famiglia sono la manifestazione ultima e più atroce del lato deviato e perturbante (l'unheimlich che "scovò" Freud) dei rapporti familiari e dei vincoli di sangue. Relazioni affettive turbate, pregiudicate, che spesso soccombono all'insostenibile leggerezza della vita quotidiana ed alla delusione delle sconfitte, dovute in particolare all'incapacità, personale e/o sociale, di realizzare un progetto di vita individuale appagante. Si ama da impazzire: fino a uccidere ciò che si ama, come sentenziò in un celebre aforisma Oscar Wilde: il paradosso dell'Amore che s'incarna nel Cristo Crocefisso è rovesciato. O forse il buio della mente annega ogni conato di vita? Osservano i sociologi che parlare di un infanticidio in una famiglia "per bene", a differenza di quando avviene in ambienti degradati e ai margini, suscita clamore. Basta poi ascoltare le testimonianze dei vicini e conoscenti che sono tutti pronti a giurare sulla sanità mentale della madre, sulle cure amorose verso il bambino, sulla devozione verso la famiglia della mantide religiosa, sul carattere affettuoso e premuroso della Circe, per farsi un'idea di quanto possa essere "catturante" una situazione come questa. Vengono infatti messi in moto i sentimenti primordiali comuni, la coscienza collettiva, la capacità culturale di lavorare ed elaborare il delitto e si viene di conseguenza a creare un'empatia di sentimenti, una "simpatheia" del dolore, in una vera e propria gara di solidarietà. Ma sulla scena non c'è solo Medea che "recita" o il Coro che formula giudizi, ci sono anche altri attori: i familiari dell'omicida. Non esiste legge né supporto psicologico che li possa tutelare dai demoni che si scatenano dentro all'indomani del fatto sanguinoso: lo stigma che marchia resterà impresso a fuoco fino alla morte. Quando avvengono fatti delittuosi come la morte di un bambino, la famiglia come contenitore di affetti, di sentimenti, di idee, la famiglia come focolare domestico via via si sgretola, mettendo a nudo la sua incapacità di svolgere un compito che è quello di lenire le ferite inferte da una vita liquida, sempre più complessa, non codificabile attraverso le ormai superate categorie culturali ed etiche: "Medea: questi, intanto, vivi non sono più; e ti roderà il cuore la loro morte. [...] Giasone: E perciò li uccidesti? Medea: Per il tuo strazio li uccisi".

 

"Ho pianto troppo?": così ebbe a dire Anna Maria Franzoni davanti alle telecamere dei talk show che l'hanno  vista più volte nel ruolo di "protagonista".