Interessi protetti - Successioni, donazioni -  Francesca Zanasi - 30/11/2020

Il testamento che tutela gli animali da compagnia

In tema di pianificazione successoria, molte persone desiderano tutelare i propri animali d’affezione, al pari degli altri membri della famiglia, utilizzando lo strumento testamentario.

NON POSSONO EREDITARE
Necessario sgombrare il campo da equivoci: il nostro ordinamento non consente di lasciare i propri beni ereditari agli animali in via diretta, poiché sono qualificati giuridicamente come “beni mobili” e possono certamente formare oggetto di diritti e rapporti negoziali (così Cass. n. 22728/2018), ma sono privi di capacità giuridica che permetterebbe loro di beneficiare dell’eredità.

ONERE TESTAMENTARIO
La tutela del piccolo compagno di vita per il tempo in cui il padrone non potrà più averne cura può essere comunque garantita grazie alla nomina di un erede o di un legato con apposizione di un onere testamentario, che abbia ad oggetto proprio la cura ed il benessere dell’animale domestico.
Pertanto, in sede di stesura della scheda testamentaria, il proprietario della bestiolina potrà nominare come erede una persona fisica di fiducia o una persona giuridica (quale ad esempio e come spesso accade, un’associazione o un ente che si occupa della tutela degli animali), con l’onere che quest’ultima si prenda cura del proprio animale domestico.
L’onere è tradizionalmente ritenuto come un’obbligazione imposta all’onerato (erede o legatario) per volontà del de cuius, che può consistere sia nell’attribuzione di una parte del vantaggio patrimoniale per un certo scopo, sia nel compiere un’azione o un’omissione in favore del disponente o di un terzo.
In ipotesi di disposizione testamentaria gravata (ex art. 647 c.c.) da onere di accudimento e cura dell’animale domestico, vincolando il denaro che fa parte dell’asse ereditario allo specifico scopo, l’animale d’affezione non sarà certamente considerato erede, ma diventerà destinatario e beneficiario degli effetti di quella specifica disposizione, grazie all’onere apposto alla stessa.

SE L’ONERATO NON RISPETTA L’ONERE DI ACCUDIMENTO
Se il soggetto onerato non adempie all’onere si applicherà l’art. 648 c.c., secondo cui chiunque sia interessato, sia moralmente che economicamente, all’adempimento del detto onere, potrà rivolgersi all’autorità giudiziaria, la quale, una volta accertato l’inadempimento, dichiarerà risolta tale disposizione testamentaria se (i) la risoluzione è stata prevista dallo stesso testatore o (ii) l’adempimento dell’onere ha costituito il solo motivo determinante della disposizione testamentaria stessa. In quest’ultima ipotesi, la disposizione testamentaria sarà risolta anche in ipotesi in cui l’animale d’affezione non sia più in vita, vendendo meno il motivo che ha determinato il lascito testamentario.

AGGIUNGIAMO LA CONDIZIONE
E’ possibile che all’onere sia accostata anche una condizione, in seno alla medesima disposizione testamentaria. E’ il caso di un padrone di un animale domestico che lega in favore della propria collaboratrice una somma di denaro, con l’onere di prendersi amorevolmente cura del proprio animaletto a condizione che la stessa sia ancora alle proprie dipendenze, al momento dell’apertura della successione.

DIFFERENZA ONERE E CONDIZIONE
In proposito è opportuno approfondire la differenza tra la condizione e l’onere testamentario. La condizione nel testamento presenta in linea di massima gli stessi caratteri che ha nel contratto: si tratta di un elemento futuro ed incerto da cui dipende l’inizio dell’efficacia (condizione sospensiva) o la fine dell’efficacia (condizione risolutiva) della clausola testamentaria (ex art. 633 c.c.). Naturalmente, deve trattarsi di una condizione possibile e lecita: è l’art. 634 c.c. a stabilire che nelle disposizioni testamentarie si considerano non apposte le condizioni impossibili e quelle contrarie a norme imperative, all’ordine pubblico e al buon costume (salvo il caso di motivo illecito ex art. 626 c.c.).
Ebbene, ciò che differenzia l’onere dalla condizione deriva precipuamente dal fatto che il primo determina l’insorgere di una obbligazione, mentre in ipotesi di condizione (sospensiva o risolutiva) il soggetto non sarà tenuto all’adempimento, poiché la condizione sospende o risolve l’efficacia della disposizione, ma non determina un obbligo.
Conseguentemente, nel caso in cui non sussistano, alla data di apertura della successione, le condizioni poste dal de cuius, queste si considerano automaticamente operanti (sia in termini risolutivi che sospensivi): pertanto, nel caso sopra esposto, all’avverarsi della condizione risolutiva (insussistenza del rapporto di lavoro tra il de cuius ed il soggetto beneficiario del legato) la clausola testamentaria in favore della collaboratrice familiare sarà automaticamente considerata come non apposta.