Responsabilità civile - Colpevolezza imputabilità -  Redazione P&D - 04/05/2020

Il revirement di Cass. Civ. 7969/2020 in tema di responsabilità per danni cagionati da fauna selvatica: titolo di responsabilità e legittimazione processuale – Mattia Sgarbossa

Con una recentissima sentenza pubblicata in data 20 aprile 2020, la superma Corte di Cassazione è tornata a esprimersi, con una soluzione del tutto inaspettata, sul titolo di responsabilità per danni cagionati dalla fauna selvatica, nonchè sulla legittimazione processuale degli enti che, a vario titolo, svolgono funzioni di cura e controllo degli animali selvatici. 

Sulla natura della responsabilità extracontrattuale della pubblica amministrazione. 

Il tradizionale indirizzo della giurisprudenza, sia di legittimità che di merito, sì è fino a oggi orientato pressochè unanimamente (salve alcune, remote decisioni) nel senso che il danno cagionato dalla fauna selvatica – qualificata come pratimonio indisponibile delle Stato dalla L. 27 dicembre 1977, n. 968 - sia risarcibile non ai sensi dell’art. 2052 c.c. (in base al quale, come noto, il proprietario di un animale, o chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, è responsabile dei danni cagionati dallo stesso, sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito), bensì sulla base della generale disciplina della responsabilità extracontrattuale di cui all’art. 2043 c.c., anche in tema di onere della prova, e richiedendo pertanto l’individuazione di un comportamento doloso o colposo imputabile all’ente.  

Tale indirizzo ha sempre tratto fondamento dall’assunto per cui la presunzione di cui all’art. 2052 c.c. risulterebbe inapplicabile alla selvaggina, il cui stato di libertà è incompatibile con qualsiasi onere di custodia da parte della pubblica amministrazione; una soluzione, quest’ultima, che ha incontrato persino l’avvallo della Corte Costituzionale (Cort. Cost. ord. 4 gennaio 2001 n. 4), la quale ha ritenuto non sussistente una irragionevole disparità di trattamento tra il proprietario di un animale domestico o in cattività e la pubblica amministrazione proprietaria della fauna selvatica;  e infatti, il differente regime di imputazione della responsabilità per danni cagionati dagli animali selvatici troverebbe giustificazione nella circostanza per cui detti animali servirebbero al godimento dell’intera collettività, e i danni da essi procurati costituirebbero un evento naturale di cui l’intera collettività deve farsi carico, secondo l’ordinario regime di imputazione della responsabilità civile di cui all’art. 2043 c.c.. 

In aperto contrasto con il consolidato indirizzo sopra illustrato, la pronuncia in esame (Cass. civ. Sez. III, Sent., 20-04-2020, n. 7969) ha invece ritenuto di individuare gli estremi della responsabilità civile della pubblica amministrazione nel regime dell’art. 2052 c.c., sul presupposto che, da una interpretazione letterale della norma, lo speciale criterio di imputazione oggettiva farebbe riferimento a tutti gli animali suscettibili di proprietà o di utilizzazione da parte dell’uomo, a prescindere dalla sussistenza o meno di una effettiva custodia; e pertanto, il diverso criterio adottato riguardo i danni cagionati dalla fauna selvatica, non trovando fondamento nella lettera della legge, si risolverebbe in un ingiustificato privilegio della pubblica amministrazione, aggravando di molto la posizione processuale del privato danneggiato, il quale non potrebbe limitarsi a dimostrare l’evento dannoso e il nesso causale, bensì dovrebbe dar anche prova di un comportamento colpevole dell’ente preposto alla gestione della fauna selvatica.  

Di contro, l’applicazione della fattispecie di responsabilità oggettiva di cui all’art. 2052 c.c. graverebbe l’ente convenuto della prova liberatoria di non aver potuto altrimenti evitare l’evento dannoso, allegerendo grandemente la posizione processuale del privato danneggiato. 

Sulla legittimazione passiva della pubblica amministrazione tra Regione, Provincia e altri enti. 

La più recente giurisprudenza, sia di merito che di legittimità, si è trovata ad affermare che la responsabilità per i danni cagionati dalla fauna selvatica non sia sempre imputabile alla Regione, quale ente titolare della competenza a disciplinare, sul piano normativo e amministrativo, la tutela della fauna e la gestione sociale del territorio, bensì debba essere impuata all’ente (Regione, Provincia, Ente Parco, Federazione o Associazione) a cui siano stati eventualmente delegati, anche in attuazione della  L. n. 157 del 1992, i poteri di amministrazione del territorio e di gestione della fauna ivi insediata. 

In concreto, tale principio pone il problema di dover identificare, di volta in volta, quale ente pubblico debba essere chiamato in giudizio, creando notevoli differenze a seconda della normativa regionale applicabile. 

L’effetto di una tale incertezza è, per la Corte, la lesione dell’effettività della tutela dei diritti del danneggiato, il quale si trova costretto, nell’incertezza dovuta all’ipertrofia delle norme statali e regionali,  a convenire in giudizio una pluralità di enti “a scopo cautelativo”, con il rischio di dover sopportare, all’esito del giudizio, le spese processuali sostenute dagli enti non responsabili e non legittimati a essere convenuti, vanificando l’utilità tratta dall’accoglimento della domanda risarcitoria. 

Proprio partendo dal criterio di imputazione della responsabilità civile fissato nell’art. 2052 c.c., e quindi individuando il soggetto responsabile in colui che “si serve” dell’animale selvatico, la Corte ritiene che tale soggetto coincida in ogni caso con la Regione, dal momento che è la Regione stessa l’ente cui spettano per legge statale non solo la funzione normativa in materia, ma anche le funzioni amministrative di programmazione, coordinamento, controllo delle attività eventualmente svolte per delega da enti diversi; considerando che, tra l’altro, il delegante dovrebbe intervenire in via sostitutiva in caso di omissioni del delegato. 

Pertanto, il privato dovrà chiamare in giudizio la Regione, al fine di ottenere il ristoro per i danni cagionati da fauna selvatica; a quest’ultima sarà poi concesso, a sua volta, di agire contro l’ente eventualmente delegato (es: Provincia) laddove il danno si assuma essere stato causato dalla condotta negligente di quest’ultimo, anche tramite chiamata in causa nel medesimo giudizio al fine di esercitare azione di rivalsa, cui applicare tuttavia non il criterio di responsabilità oggettiva ex art. 2052 c.c., bensì gli ordinari criteri di responsabilità extracontrattuale. 

Principio di diritto. 

Sulla base dei propri ragionamenti, come sopra succintamente richiamati, la Corte è giunta a elaborare il seguente principio di diritto: “ai fini del risarcimento dei danni cagionati dagli animali selvatici appartenenti alle specie protette e che rientrano, ai sensi della L. n. 157 del 1992, nel patrimonio indisponibile dello Stato, va applicato il criterio di imputazione della responsabilità di cui all'art. 2052 c.c. e il soggetto pubblico responsabile va individuato nella Regione, in quanto ente al quale spetta in materia la funzione normativa, nonchè le funzioni amministrative di programmazione, coordinamento, controllo delle attività eventualmente svolte - per delega o in base a poteri di cui sono direttamente titolari - da altri enti, ivi inclusi i poteri sostitutivi per i casi di eventuali omissioni (e che dunque rappresenta l'ente che "si serve", in senso pubblicistico, del patrimonio faunistico protetto), al fine di perseguire l'utilità collettiva di tutela dell'ambiente e dell'ecosistema; la Regione potrà eventualmente rivalersi (anche chiamandoli in causa nel giudizio promosso dal danneggiato) nei confronti degli altri enti ai quali sarebbe spettato di porre in essere in concreto le misure che avrebbero dovuto impedire il danno, in quanto a tanto delegati, ovvero trattandosi di competenze di loro diretta titolarità”. 

Si rileva come una tale decisione, approfonditamente argomentata e maturata nel presupposto di garantire effettività di tutela contro il già citato ipertrofismo normativo, si collochi tuttavia su una linea diametralmente opposta alla più recente e pressochè unanime elaborazione giurisprudenziale di merito e di legittimità, rendendo quantomai opportuno che della questione vengano in un futuro prossimo investite direttamente le Sezioni Unite.