Varie - Varie -  Marco Faccioli - 20/09/2020

IL PENSIERO VELOCE

Quante volte, soprattutto da genitori e maestri, ci siamo sentiti ripetere: “Pensa bene a quel che fai”, “Rifletti”, “Non prendere decisioni affrettate!”, etc. Ma siamo proprio certi che questo mantra educativo sia sempre e comunque un ottimo consiglio per lo sviluppo dell'essere umano? A sentire Massimo Polidoro, giornalista autore de “Il mondo sottosopra”, è stato l'esatto opposto, ovvero il “pensiero veloce”, a permetterci di sopravvivere come specie. “I nostri antenati che vivevano nella savana - scrive lo stesso - erano alle prese con leoni, pantere e altre minacce alla propria sopravvivenza, e non potevano permettersi di riflettere troppo. Era necessario decidere in fretta se la sagoma scura che si vedeva tra le foglie poteva essere un predatore o solo un gioco di luci e ombre: non farlo poteva significare l’estinzione. Dunque, meglio scappare sempre… piuttosto che fermarsi a verificare”. Tutto vero, resta però il problema che il cervello umano tende a funzionare velocemente anche in contesti tra loro diversissimi. Lo stress, la paura o la collera (oggi sempre più presenti nella nostra quotidianità) possono portarci a commettere errori, a prendere decisioni sbagliate o a trarre conclusioni ingiuste prima che il pensiero (quello lento) possa intervenire, e da questo derivano molti dei pregiudizi che condizionano la nostra vita. Il cortocircuito tra il fiume in piena delle notizie – quasi sempre allarmanti – e gli algoritmi dei social media che incentivano reazioni immediate ha rafforzato i nostri pregiudizi e reso gli errori non solo più frequenti, ma più rapidi nel propagarsi. L’emergenza Covid ha poi gettato letteralmente benzina sul fuoco. Prima del lockdown, per molti era inimmaginabile trascorrere in Rete l’intera giornata, esistevano paletti dettati da lavoro, scuola, sport, amici… Il Coronavirus ha rivoluzionato tutto. Come ha scritto lo studioso Wu Ming, per lunghi mesi la reclusione domestica, il bombardamento di notizie e l’impellente logica dei social network hanno pungolato il pensiero veloce, istigandoci ad alzare sempre di più i toni e a compiere scelte drastiche senza pensarci un momento. Abbiamo agito in balìa di titoli sensazionalistici, notizie già smentite o messaggi vocali diffusi su WhatsApp da chissà chi, abbiamo additato capri espiatori, inveito dalla finestra contro i passanti, gridato “Assassino!” a chi faceva jogging o portava “troppo spesso” il cane a fare i bisogni (filmando il malcapitato e mettendolo alla gogna su Facebook), augurato la galera a chi andava a fare la spesa più di una volta al giorno; abbiamo formato branchi digitali e rotto collaborazioni e amicizie, anche di lungo corso, in preda a un meccanismo che ci spingeva ad attaccare il “reprobo” di turno, la persona con opinioni diverse da quelle dominanti nel gruppo. A volte bastava sollevare un dubbio, far notare l’irrazionalità di un’ordinanza comunale, l’illegalità di un provvedimento, l'ingiustizia di una sanzione per essere accusati di “fregarsene dei morti” ed essere paragonati ai nazisti. La dittatura del pensiero veloce, tipica delle emergenze, ci ha fatto scordare che la salute non consiste solo nell’evitare un virus e che la scienza da ascoltare non è solo quella dei virologi.