Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Manuela Mazzi - 18/01/2021

Il metodo Sherlock Holmes

Il 27 giugno 1980 alle ore 20 e 59 si interrompe ogni contatto con l’aereo DC9 della compagnia Itavia partito da Bologna e diretto a Palermo. In quel momento sorvola il  Tirreno oltre Ponza  e in quella zona di mare profondissimo, a nord di Ustica,  all’alba cominciano ad affiorare dei detriti e i primi corpi dei passeggeri. Nessuno si salva delle ottantuno persone che si trovavano a bordo: quattro membri dell’equipaggio e settantasette passeggeri di cui tredici bambini, molti con secchielli e  palette impazienti di  giocare con la sabbia e con l’acqua. Pochi i cadaveri ritrovati.
 Le indagini vengono avviate dalle Procure di Palermo, Roma e Bologna e il ministro nomina una commissione di inchiesta tecnica. Da allora ad ora, da quarant’anni, si susseguono ipotesi e depistaggi.
Non sarei in grado di tracciare una cronologia delle indagini. Riporto solo parzialmente un passo di un atto giudiziario: “Il disastro di Ustica ha scatenato, non solo in Italia, processi di deviazione e comunque di inquinamento delle indagini. Gli interessi dietro l’evento e di contrasto di ogni ricerca sono stati tali e tanti, e non solo all’interno del paese, ma specie presso istituzioni di altri stati, da ostacolare, specialmente attraverso l’occultamento delle prove e il lancio di sempre nuove ipotesi,  il raggiungimento della comprensione dei fatti.” Su Ustica infatti succede di tutto. Tracciati radar che spariscono, emergere continuo di nuovi testi in conflitto tra loro, il ritrovamento del serbatoio esterno di un aereo militare dopo dieci anni nella zona del disastro, la carcassa di un aereo militare libico rinvenuto dopo pochi mesi sui monti della Calabria, l’ipotesi di  uno scontro militare nei cieli. Tuttora la tragedia è oscura e forse uno dei pochi punti fermi è rappresentato dalle tracce di esplosivo ritrovate sul relitto.
Tra le molte ipotesi  fu avanzata anche quella di una battaglia tra aerei militari Nato e aerei libici  che sarebbe infuriata in quei momenti  sul Mediterraneo, a cui non sarebbero state estranee la portaerei statunitense Saratoga e quella francese Clemenceau. Era quindi importante capire se quella sera la Saratoga si trovava in rada nel golfo di Napoli, come affermava il suo comandante e come risultava dai registri di bordo, oppure si trovava nel Mediterraneo nei pressi dell’isola di Ustica.
Siamo nel 1992. Sono passati dodici anni dalla tragedia. Il Pubblico Ministero che indaga non riesce ancora a comprendere dove si trovava la Saratoga quella sera; è insospettito dal fatto che il registro di bordo della portaerei quel giorno risulta  compilato con la stessa calligrafia per almeno due turni successivi, mentre avrebbe dovuto essere compilato da due ufficiali diversi. Fiuta una contraffazione. Inoltre il comandante sarebbe caduto in qualche incoerenza. Ma all’epoca del disastro non esistevano tracciati satellitari e si presenta difficile verificare con certezza i suoi dubbi.
Qui viene in soccorso la fantasia, che è una formidabile arma nelle indagini più complesse. Un lettore del quotidiano “Il Mattino” rammenta che a Napoli quasi tutti gli sposi dopo la cerimonia si recano per un servizio fotografico sul lungomare, prima di raggiungere parenti e amici per i festeggiamenti.
Le coppie che si sono sposate a Napoli quel 27 giugno 1980, ben dodici anni prima,   vengono invitate  negli uffici della Digos con gli album del matrimonio. Quel giorno era venerdì, ma in una decina  hanno sfidato la iella nella città più scaramantica d’Italia. Ed ecco le foto di quel 27 giugno 1980: alla fine del mattino o  al tramonto, spose protese sul parapetto di via Caracciolo, baci nuziali che hanno per scenario le onde, abbracci intrecciati con gli scogli, veli che il maestrale fa volare in cielo. E sullo sfondo l’ampio panorama del golfo interrotto dalla sagoma sassosa di Capri e dal gigantesco profilo di un gigante marino di ferro lungo più di trecento metri: la Saratoga. Essa troneggia anche nella foto di una sposa che ha ritagliato la faccia del marito quando si è separata.
E’ solo un episodio non risolutivo  in una indagine  complessa e contrastata per fatti tanto dolorosi, ma mi sembra  ben rappresenti come il motore di molti accertamenti investigativi possa derivare non solo dal razionale sviluppo di elementi di scontata prossimità con il diretto tema dell’indagine, ma da uno sguardo attento e senza pregiudizi sulle realtà di contorno. E presupposto stesso   di un ragionamento che deve poi essere spogliato da ogni suggestione e di un sillogismo severo può essere la fantasia.  Come faceva Sherlock Holmes.