Famiglia, relazioni affettive - Mantenimento, alimenti -  Redazione P&D - 03/09/2020

I limiti al mantenimento dei figli maggiorenni dopo Cass. 14/8/2020 n.17183 - Calogero Lo Giudice

La riforma del diritto di famiglia ad opera  della Cassazione.
Chi si attendeva la riforma del diritto di famiglia dal legislatore è rimasto deluso.  Né sarebbe stato facile intervenire in un ambito dove gli interessi coinvolti e le resistenze, di varia natura e di ambienti diversi, sono molteplici ed il contrasto non facilmente risolvibile.
Come già successo in passato nello specifico settore,  il mutamento è stato operato  dalla giurisprudenza che ha saputo cogliere l’evoluzione della famiglia nel contesto socio-economico, preoccupandosi di adeguare conseguentemente la sfera del “giuridico”,  mediante una diversa  interpretazione della attuale normativa.
E’ singolare e meritorio che siano bastate due sole sentenze per ridisegnare i rapporti tra coniugi e tra genitori e figli.
Il primo riferimento è alla decisione delle Sezioni Unite 11/7/18 n. 18287.
Nel comporre l’esistente contrasto giurisprudenziale e nell’indicare la più corretta soluzione interpretativa con riguardo all’assegno divorzile, le Sezioni Unite hanno svolto delle considerazioni e hanno valorizzato principi che hanno condotto ad un ripensamento del rapporto di coppia, già in costanza di matrimonio, per i riflessi in caso di sua dissoluzione.
Il principio di autoresponsabilità, più volte richiamato, riguarda infatti le scelte, individuali e relazionali, compiute all’inizio e nel corso della vita coniugale.
La necessità di tenere conto della effettività del rapporto, quale concretamente impostato ed attuato,  conduce all’affermazione di un nuovo equilibrio, basato non più sulla parità assoluta ed astratta dei coniugi, bensì sulla eguaglianza, frutto dell’autodeterminazione ed autoresponsabilità.
La parità assoluta -  rimedio necessario e giustificato dalla predeterminazione e vincolatività dei ruoli familiari, all’epoca della riforma del diritto di famiglia del 1975 – è, oggi, a seguito delle profonde mutazioni socio-economiche, fonte di disuguaglianza, perché consentirebbe il conseguimento dei medesimi vantaggi al coniuge che, durante la vita matrimoniale, abbia  tenuto comportamenti parassitari od  ostruzionistici.
Se, dunque,  la concezione del principio di uguaglianza di cui all’art. 29 Cost.  è mutata (Calogero Lo Giudice,  “Uguaglianza dei coniugi: nuovo significato” in www.personaedanno.it ),  è facile immaginare quali e quanti norme dell’attuale  diritto di famiglia risultino affette da illegittimità costituzionale, ove non si rimediasse attraverso  una loro interpretazione evolutiva ed adeguatrice  (Calogero Lo Giudice, “Restituzioni tra ex coniugi: nuovo principio informatore”  in  www.personaedanno.it  ).
Si capisce, dunque, che le Sezioni Unite, pur dovendosi occupare, nello specifico dell’assegno divorzile, hanno nella sostanza inciso nei  rapporti tra  coniugi,  sia prima che dopo la crisi di coppia.
Del tutto irrilevante è la figura del coniuge economicamente più debole, ove sia mancato il contributo  personale ed economico  alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio comune e dell’altro coniuge, con sacrificio delle proprie aspettative professionali e reddituali.
Tramonta il criterio del tenore di vita, ritenuto di per sé deresponsabilizzante dalle Sezioni Unite,  tranne a riferirlo  a quello causalmente legato e dipendente dal comprovato apporto  personale  alla realizzazione della vita familiare (Calogero Lo Giudice, “Il mantenimento nella separazione: applicabili i criteri dell’assegno divorzile”  in www.personaedanno.it.)
Sotto altro aspetto, ad opera di una recentissima  sentenza (Cass. I, 14/8/2020 n.17183), la Cassazione ha riscritto la relazione, in termini di diritti ed obblighi,  tra genitori e figli, così intervenendo e modificando anche quest’altro versante familiare.  E lo ha fatto in maniera ancor più esplicita e decisa, proponendosi di dettare “in coerenza al proprio compito di nomofilachia ex art. 65 ord. giud., alcuni parametri di riferimento, ai fini di uniformità, uguaglianza e più corretta interpretazione ed applicazione della norma”.
Pregnante è il richiamo alla funzione nomofilattica.
Se si pone attenzione ai motivi di ricorso per cassazione, si comprende quanto rivoluzionaria sia stata quest’ultima sentenza.
Si doleva la ricorrente “per avere la Corte di merito richiamato la capacità del figlio maggiorenne di mantenersi autonomamente, senza però considerare che egli, che ha comunque prescelto la carriera dell’insegnamento, è un insegnante precario, che conclude meri contratti a tempo determinato, come tale di fatto incapace di mantenersi da sé: onde manca il comprovato raggiungimento di una effettiva e stabile indipendenza economica; e la S.C. ha affermato come l’impiego, cui il figlio possa dedicarsi, deve essere all’altezza della sua professionalità ed offrirgli un’appropriata collocazione nel contesto economico-sociale di riferimento, adeguata alle sue aspirazioni, in mancanza dovendo l’obbligo di mantenimento permanere invariato in capo al genitore”.
Ebbene, queste affermazioni, ricavate dalla giurisprudenza più seguita, sono state ritenute infondate, anzi ribaltate  dalla Cassazione che ha così dettato nuovi principi.
Anche stavolta, come nel 2018, si sottolineano “il mutamento dei tempi” e il peso del “ principio dell’autoresponsabilità”, onde evitare forme di parassitismo ai danni dei genitori,  sempre più avanti con l’età  e talora obbligati dal mercato del lavoro, ad abbandonare la propria occupazione (come nel caso di specie,  del padre sessantenne, costretto a tornare dalla anziana madre, dopo la chiusura del negozio di ferramenta).
L’autoresponsabilità del figlio si rivela e rileva già al momento della scelta del percorso da compiere : “ex ante, sin dagli esordi del corso di studi che ha l’onere di ponderare, in comparazione con le proprie effettive capacità personali, di studio e di impegno, oltre che con le concrete offerte ed opportunità di prestazioni lavorative”, nonché con “le condizioni economiche dei genitori”.
Autoresponsabilità significa che non è (più) concepibile il “diritto ad ogni possibile diritto”,  il ricorso all’assistenzialismo,  slegato dal dovere, “man mano che l’evoluzione dei tempi induce ad accentuare i legami tra la pretesa dei diritti e l’adempimento dei doveri, indissolubilmente legati già nell’art.2 Cost.”.
La Cassazione ha ridisegnato i rapporti tra genitori e figli, orientando i primi verso processi educativi che valorizzino l’importanza del sacrificio come mezzo per ottenere ogni conquista.
L’autoresponsabilità non può che essere frutto, infatti, di un percorso educativo.
In definitiva, più che di riforma del diritto di famiglia può parlarsi di vera e propria rivoluzione, per le profonde implicazioni  che discendono dalle pronunce della Cassazione.
Non solo, ma merito maggiore è l’avere individuato un principio guida, quello dell’autoresponsabilità che dovrebbe, comunque, orientare l’incerto cammino legislativo.

La funzione educativa del mantenimento.
La sentenza n. 17183/2020 ha posto in risalto la “stretta e necessaria correlazione tra diritto-dovere all’istruzione ed all’educazione e diritto al mantenimento: sussiste il diritto del figlio all’interno e nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso formativo”.
“La funzione educativa del mantenimento è nozione idonea a circoscrivere la portata dell’obbligo di mantenimento, sia in termini di contenuto, sia di durata, avendo riguardo al tempo occorrente e mediamente necessario per l’inserimento nella società”.
I genitori hanno l’obbligo di educare, istruire e mantenere i figli, ma lo specifico obbligo di mantenimento  trova come limite la conclusione del percorso educativo-formativo che rende esigibile l’utile attivazione del figlio nella ricerca di un lavoro.
Per altro verso, un obbligo non può estendersi oltre a ciò che è materialmente esigibile dal soggetto su cui incombe.
Così, si è precisato che il progetto educativo-formativo   ed il percorso  prescelto dal figlio devono essere “compatibili con le condizioni economiche dei genitori”.
Inoltre,  non si può pretendere dal genitore di prolungare il mantenimento fino a quando le condizioni del mercato del lavoro, oggi peraltro mutate, consentano al figlio lo svolgimento di un’attività all’altezza della sua professionalità.
Quel che è esigibile dal genitore è assicurare al figlio il conseguimento della capacità lavorativa, attraverso il mantenimento fino alla conclusione del percorso formativo.
La qualità del lavoro, la retribuzione, la stabilità dell’occupazione non dipendono dal genitore e, come opportunamente osservato, “non può il figlio, di converso, pretendere che a qualsiasi lavoro si adatti soltanto, in vece sua, il genitore”.
Rientra nella responsabilità del figlio, conseguita la capacità di lavoro, ricercare un’occupazione (essendo il lavoro anche un dovere), senza continuare a gravare sul genitore.
Una volta iniziato un qualche lavoro, anche se precario e anche se la retribuzione percepita è modesta, il diritto al mantenimento cessa e non risorge in caso di perdita dell’occupazione o negativo andamento della stessa,  soprattutto se sovviene l’assistenza pubblica:  circostanze queste che non consentono che possa rivivere un obbligo i cui presupposti erano già venuti meno (Cass. 22/11/2010 n.23590; 22/7/2019 n.19696).
Non potendosi pretendere l’adattamento del genitore ad altro lavoro ed in altro luogo, occorre anche valutare la possibilità di reperimento da parte del figlio di un’occupazione all’estero.  Secondo la Cassazione, infatti, tra le evenienze che comportano il sorgere del diritto al mantenimento in capo al figlio maggiorenne non autosufficiente, vi è “la mancanza di un qualsiasi lavoro, pur dopo l’effettuazione di tutti i possibili tentativi di ricerca dello stesso, sia o no confacente alla propria specifica preparazione professionale”.
Quanto la responsabilità del figlio sopravanzi il suo diritto al mantenimento si comprende da altra importante precisazione della Cassazione: irrilevanti sono le “ottime condizioni economiche” del genitore,   le sue capacità reddituali.
Di qui – si ripete- l’importanza che il figlio venga educato all’idea del sacrificio e non a contare sull’apporto dei genitori.  L’educazione  all’autoresponsabilità sarà il vero motivo di gratitudine e riconoscenza verso i genitori.

La maggiore età e l’ulteriore mantenimento per l’attività di studio.
Secondo la Corte d’appello di Firenze, la cui sentenza è stata impugnata, e da cui è scaturita la pronuncia della Cassazione n. 17183/2020, oltre i trenta anni deve presumersi raggiunta la capacità di mantenersi.
Sia in dottrina che in giurisprudenza, ma anche nell’ambito dei  tentativi di riforma, si era discusso a quale età dovesse cessare l’obbligo di mantenimento.
La recente decisione della Cassazione ha chiarito che il diritto al mantenimento viene meno quando si raggiunge la capacità lavorativa e di agire in generale,   ossia con la maggiore età.
Con la maggiore età si acquista la libertà di autodeterminarsi, si è personalmente responsabili delle proprie scelte e si è in grado di attivarsi in qualunque direzione per automantenersi.
E’ importante precisare che finora si era dell’idea che l’obbligo del mantenimento proseguisse, oltre la maggiore età,  fino a quando il genitore non provasse la raggiunta indipendenza economica del figlio in occupazione adeguata al prescelto e concluso percorso formativo (Cass. I, 19/10/2006 n. 22491).
Per la Cass. n.17183/2020, invece, una volta raggiunta l’età matura cessa ipso facto il diritto al mantenimento che “può” essere riconosciuto solo nel caso in cui il titolare del diritto provi il permanere dell’obbligo a carico dei genitori.
Nel caso di proficua prosecuzione dell’attività di studio, la Suprema Corte ammette che possa trascorrere, oltre al tempo necessario per il conseguimento del titolo di studio, un ulteriore lasso di tempo, determinabile in base ai dati statistici, per il reperimento di una occupazione legata al grado di professionalità conseguito; dopo il quale non è più giustificabile il mantenimento.
Nel caso in cui, dopo la maggiore età, venga riconosciuto il diritto all’assegno periodico di cui all’art. 337 septies c.c., potrebbe pretendersi ed imporsi,  in attuazione del principio di responsabilità,  l’obbligo di rendiconto da parte del figlio, unico destinatario del mantenimento, in base al chiaro disposto normativo.

L’obbligo di rispetto dei genitori quale primaria condizione per il diritto al mantenimento del figlio.
Secondo la sentenza che si commenta, non esiste un obbligo di mantenimento del figlio maggiorenne,  sol perché non indipendente economicamente.
Il Giudice, a termini dell’art. 337 septies, “può” disporlo, “valutate le circostanze” del caso concreto.
La specifica disposizione, riservando la decisione al giudice, ha eliminato ogni automatismo.
Ebbene, la pretesa al mantenimento  cede di fronte alla violazione del diritto della persona ad essere rispettata, come tale e, ancor prima e di più come genitore,  che ha dato la vita, cresciuto,  protetto, guidato e sostenuto il figlio.
Non solo, ma porre l’accento sulla responsabilità e sul “dovere”, non secondario al diritto,  significa  negare il riconoscimento di questo,  in caso di inosservanza del primo, al quale  si correla.
Per la Cassazione va dato significato e peso al “dovere”,  spesso sopravanzato dal diritto.
Il primo fondamentale dovere del figlio nei confronti dei genitori è quello di rispettarli.
E’ un dovere giuridico, posto dall’art. 315 bis c.c.
La  sentenza n.17183/2020  ha richiamato l’obbligo del figlio di “contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia, finché convive con essa”, ma non ha certamente escluso il dovere primario del  figlio di rispettare il genitore.
Lo stesso art. 315 bis c.c. prevede insieme al diritto del figlio ad essere mantenuto, l’obbligo di rispettare i genitori.
Il rispetto  chiaramente  si accentua con l’avanzare dell’età dei genitori, quando essi  necessitano di maggiori cure e dell’assistenza anzitutto morale.
A prescindere dagli alimenti  legali  ove il genitore versi in stato di bisogno,  e dai reati di violazione degli obblighi di assistenza familiare e di abbandono di persone incapaci, va osservato,  più in generale,  che il rispetto della persona, della sua dignità ed integrità fisica e morale,  è un dovere costituzionale e la sua violazione, ove particolarmente grave, dà luogo a responsabilità civile, rappresentando il risarcimento la forma minima di tutela (Cass. SS.UU. 11/11/208 n.26972).
La natura personale del dovere in questione ed il suo valore comportano  che non può non anteporsi al diritto di natura sostanzialmente patrimoniale del figlio ad ottenere il mantenimento,  nel senso che l’inosservanza del dovere di rispettare il genitore, ancorché non particolarmente grave,   comunque allegata e provata in giudizio come fatto impeditivo,   deve essere oggetto di valutazione delle “circostanze”, ex art. 337 septies, c.1, per l’eventuale  diniego dell’assegno di mantenimento.
Detto altrimenti, il diritto al mantenimento non può prevalere sempre e comunque, essendo poziore, o quanto meno di pari dignità,  il diritto, anch’esso formulato in termini positivi,  del genitore ad essere rispettato e non ridotto esclusivamente a svolgere la funzione di bancomat.
Non può dirsi sussistente la solidarietà familiare ed il rapporto di collaborazione tra i componenti della famiglia, ove il figlio non rispetti i genitori.
Il dovere di rispetto è strumentale all’attuazione dei doveri dei genitori verso i figli.
Pertanto, nella dovuta “valutazione delle circostanze”, possono condurre ad escludere  il diritto di mantenimento, condotte del figlio offensive, aggressive, ostili,  o che rivelino indifferenza, trascuratezza o un  tradimento affettivo o  violazione del dovere di riservatezza personale e familiare.
E’ ampio lo spettro delle possibili situazioni  in cui si manifesti il mancato rispetto del genitore.
Bisognerà tenere conto, ovviamente, del comportamento concretamente tenuto,  della sua durata,  reiterazione, e soprattutto  dell’incidenza prodotta sulla personalità del genitore.
E’ stato notato che dovere di rispetto non significa solamente non porre in essere comportamenti pregiudizievoli, ma anche tenere verso il genitore un atteggiamento attivo, un dare sul piano strettamente personale, un’attenzione e una comprensione per la personalità del genitore, idonee a far consolidare e crescere il rapporto genitore-figlio (Bellelli, Nuove l.civ. comm.).
Quello di rispettare i genitori è, dunque, un dovere, non semplicemente etico ma  giuridico,  primario,  di natura personale e, come chiarito, provvisto di sanzione: nello specifico,  quella  prevista dall’art. 337 septies che, escludendo ogni automatismo, affida alla discrezionalità del giudice e al suo prudente apprezzamento, la valutazione dei fatti, per concedere o negare l’assegno di mantenimento.

Ulteriori limiti al mantenimento.
La formazione di un autonomo nucleo familiare.
Espressamente la Cassazione indica come limite al mantenimento l’intervenuto matrimonio del figlio  o l’instaurazione di una mera convivenza  o, comunque, la formazione di un autonomo nucleo familiare.  Ciò manifesta, infatti, - ed è sufficiente per la Cassazione -  la raggiunta maturità affettiva e personale del figlio.
Non solo, ma dalla nuova relazione scaturiscono diritti e doveri di reciproca assistenza anche materiale che pongono fine all’obbligo di mantenimento da parte dei genitori.
Il contributo al nuovo nucleo familiare può essere dato anche dal lavoro casalingo.
E’ sufficiente aver dato inizio ad una convivenza, con l’intento di creare una comunione di vita e di affetti,  anche se non è garantita la stabilità economica familiare.
La libera scelta (autodeterminazione) di convivere comporta, infatti, assunzione di piena e maggiore responsabilità, rispetto al mero raggiungimento dell’età matura.
Godimento e allontanamento dalla casa familiare.
Il primo problema che si pone, in proposito,  concerne il diritto del figlio maggiorenne a godere dell’abitazione familiare e la pretesa dei genitori ad ottenerne l’allontanamento.
Stando alle considerazioni svolte dalla Cassazione, il diritto all’abitazione familiare dipende dal diritto al mantenimento, nel senso che permane, sotto l’aspetto giuridico,  il primo fino a quando si giustifica il secondo.
E’ chiaro che, col compimento della maggiore età il figlio può decidere di lasciare la casa dove ha vissuto con i genitori, non essendogli consentito prima (art. 318 c.c.).
I genitori, invece,  possono pretendere che il figlio abbandoni la loro casa, una volta che questi abbia raggiunto l’età matura, divenendo o dovendo comunque divenire soggetto capace e responsabile, salvi deficit particolari e salva la conclusione del progetto formativo.
In poche parole, una volta portato a compimento il percorso educativo-formativo (e quindi il  ciclo di studi prescelto),  la permanenza del figlio nella casa familiare confligge con l’interesse alla sua piena emancipazione, autonomia  ed affermazione di  autoresponsabilità.
Va notato che,  allorché sussiste il differente obbligo agli alimenti dopo la maggiore età del figlio,  i genitori possono adempierlo, al fine di garantire l’alloggio, non necessariamente attraverso il godimento della casa familiare, ma mediante altra soluzione abitativa.
Un conto è,  ovviamente, il dovere giuridico, altro quello morale o meramente spontaneo di permettere al figlio maggiorenne di continuare ad abitare in famiglia.
Il figlio  che convive con i genitori ha,  comunque,  l’obbligo di contribuzione ai bisogni della famiglia d’origine,  in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito (art. 315 bis c.c.).
Altra questione è quella dell’assegnazione della casa familiare, in conseguenza di una crisi coniugale, allorché il figlio sia maggiorenne.
Se l’assegnazione può essere disposta ex art. 337 sexies c.c. , solo nel caso in cui sussista il prioritario interesse del figlio maggiorenne,    allorché questi non possa più considerarsi “non indipendente economicamente” per quanto chiarito dalla Cassazione n.17183/2020,    nessun beneficio può estendersi al coniuge-genitore convivente.
La tutela è accordata al figlio maggiorenne non autosufficiente, ma se questo presupposto manca, perché il figlio ha raggiunto l’età matura e ha completato il percorso formativo,  nessuna assegnazione della casa familiare può reclamarsi e disporsi.
Il diritto sostanziale al godimento della casa familiare non è del genitore, bensì del figlio, nel cui interesse l’assegnazione viene disposta.
Se è vero che l’interesse del figlio all’abitazione familiare difetta tutte le volte che non sussiste l’obbligo di mantenimento, non può procedersi ugualmente all’assegnazione della casa quando il figlio, ancorché maggiorenne ma non ancora autosufficiente,  non conservi più alcun legame con l’habitat domestico, come nel caso del soggetto, studente universitario, che abbia deciso di vivere nella casa della fidanzata con i genitori di questa, in attesa di completare gli studi e sposarsi.
Il diritto al reddito di cittadinanza.
Il reddito di cittadinanza è un sostegno economico che influisce sulla determinazione dell’assegno di mantenimento del coniuge che lo percepisce e che, d’altro canto, può essere destinato al parziale pagamento del mantenimento a favore tanto del coniuge che dei figli.
Il Tribunale di Trani (sent. 30/1/2020), premessa la piena pignorabilità del reddito di cittadinanza (senza l’osservanza dei limiti di cui all’art. 545 c.p.c.),   ha ritenuto ammissibile, in caso di inadempienza dell’obbligato,  la richiesta di ordine al terzo, erogatore del beneficio,  di pagamento diretto di una parte di esso al soggetto avente diritto,  quale contribuzione al mantenimento dei figli minori.
Nel caso in cui sia  il figlio maggiorenne ad avere diritto al reddito di cittadinanza, nel senso che lo percepisce o si trovi nelle condizioni per ottenerlo, il genitore non sarà obbligato al mantenimento, integrando il beneficio statale l’autosufficienza economica.

La negoziazione assistita: non occorre la partecipazione del figlio maggiorenne.
La negoziazione assistita di cui alla L. 10 novembre 2014, n. 162  è stata introdotta, in ambito familiare,  al fine della degiurisdizionalizzazione,  per ampliare l’autonomia negoziale privata e per giungere in tempi più rapidi a  soluzioni consensuali di separazione personale, di cessazione degli effetti civili  o di scioglimento del matrimonio,  di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio.
Se questa è la finalità e la logica  della legge e se la negoziazione e l’accordo riguardano esclusivamente i coniugi, si potrebbe continuare a non prevedere la partecipazione dei figli maggiorenni.
Il compito del Procuratore della Repubblica, per la tutela dell’interesse del figlio maggiorenne, si esaurirà nel prendere atto della documentata dichiarazione dei genitori circa il raggiungimento della età matura del figlio e la conclusione dello specifico percorso formativo,  a prescindere dal concreto  conseguimento di un reddito, più o meno adeguato.
Nella graduazione degli “interessi dei figli” da parte del P.M. bisogna tenere conto,  per quanto riguarda quelli “maggiorenni economicamente non autosufficienti”, che si tratta di soggetti pienamente capaci dal punto di vista giuridico, al pari di un adulto.
Il P. M., al più potrà valutare, ma attenendosi ai dati statistici, l’ulteriore  lasso di tempo necessario per il reperimento del lavoro, una volta ultimato il ciclo di studi,  come spiegato dalla Cassazione.
Un eventuale consenso del figlio maggiorenne che acceda all’accordo,  il quale rimane comunque dei genitori,  potrà nondimeno consentirsi, avendo lo scopo di dare maggiore stabilità all’accordo stesso o prevenire una sua possibile impugnazione, o l’instaurazione di un possibile autonomo contenzioso,  per far valere il diritto al mantenimento da parte del suo esclusivo titolare (Trib. Torino 20/4/2015).
Un eventuale dissenso da parte del figlio non potrà ostacolare la definizione del procedimento di negoziazione assistita, per come concepito dalla legge.   
Il figlio potrà attivarsi per le vie ordinarie di tutela, con onere della prova a suo carico, “non solo della mancanza di indipendenza economica – che è la precondizione del diritto preteso -  ma di avere curato, con ogni possibile impegno, la propria preparazione professionale o tecnica e di avere, con pari impegno, operato nella ricerca di un lavoro”.