Cultura, società - Generalità, varie -  Paolo Cendon - 04/05/2020

Giovanna Botteri, Trieste, sul mare, un episodio terribile, qualche tempo fa

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Giovanna Botteri verso i 25 anni, a Trieste, era già una donna affascinante e simpatica. Non eravamo proprio amici, ma ci salutavamo e ci raccontavamo piccole cose quando ci incontravamo, avevamo amici in comune. Lei era cordiale, solare, riservata, spiritosa, un po’ misteriosa, solitaria: bionda, occhi azzurri, slanciata, alternativa.

Non era ancora entrata alla Rai in modo stabile.

Quell’estate ci vedevamo ogni tanto alla spiaggetta dei Filtri, a una decina di chilometri da Trieste, un posto bello, selvaggio, protetto.

Eravamo non lontani come masso anche quella tarda mattinata, non ricordo il mese, direi primi di luglio. Una giornata non festiva, eravamo quattro gatti, ognuno col suo libro. Lei amava molto il sole e se ne stava distesa, soddisfatta, coi suoi pensieri, a prenderselo; io ero lì a tambascare con le bozze del commentario Utet, che stava allora nascendo.

Due e mezzo del pomeriggio, a un certo punto un rumore strano in alto attirò l’attenzione di tutti, che vuol dire poi sette otto persone. Anch’io e Giovanna eravamo stupiti, non si capiva, ci consultammo con gli occhi.

Poi tutto fu chiaro: un essere umano, un giovane uomo, si era lasciato cadere lungo il ghiaione che scendeva da lassù, sotto la strada, molto in alto. Era precipitato, forse apposta, forse per sbaglio. 

Dopo qualche secondo lo vedemmo alzarsi in piedi a metà del dirupo, cento metri sopra di noi, si vedeva che era come sonnambulo, ferito forse, sanguinante: si alzò i piedi, era sopra un roccione verticale, si alzò e allargò le braccia, ad angelo, immobile per qualche secondo.

Noi in basso capimmo che stava per succedere qualcosa di terribile, di colpo balzammo in piedi, le mani protese verso di lui, ognuno dal suo masso, urlando “No, no, non farlo, fermati”. 

Lui ci guardò, ci sentiva, poi rialzò lo sguardo verso l’orizzonte, verso il sole, allargò ancor più le braccia, rimase così dieci secondi, poi si buttò.

Lo vedemmo volare giù, poi scomparire, nel boschetto di arbusti sopra le nostre teste, non si vedeva il punto esattamente. 

Non c’erano i telefonini quella volta. Io dissi a Giovanna che sarei corso al bar distante duecento metri, per avvertire. Lei si fermò.

Credo che andò su a vedere il punto esatto della caduta, oltre il costone che ce lo nascondeva.

Impossibile che non fosse morto sul colpo

Era un ragazzo di Gorizia, appresi il giorno dopo dal giornale, depresso per ragioni di famiglia, infelice, disperato, era stato proprio un suicidio deliberato.

Non ho più avuto occasione di riparlare con Giovanna di questo episodio

Credo proprio che anche lei se lo ricordi.