Deboli, svantaggiati - Generalità, varie -  Paolo Cendon - 17/07/2020

Fragilità e comunicazione

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Chiave di volta è che nessuna intesa o scambio sarà possibile fintantoché l’interlocutore non sia entrato, pienamente e diffusamente, nel mondo di “quel” disabile.

Si tratta  di un tragitto spesso impervio. Il rapporto col proprio facere è mutevole, specie per chi non sta bene, soprattutto a doverne parlare con gli altri. Ogni individuo è fatto a modo suo: c’è chi ignora cosa vuole realmente, chi fa le cose senza rendersene conto, chi sa ma preferisce tacere, chi capisce ma è abituato a sorvolare, chi crede di saperlo ma si sbaglia.

Diverse anche le qualità umane da spendere - da parte dell’autorità, nei confronti dell’interessato - a seconda che si tratti di apprendere qualcosa (“Dimmi cosa vorresti, quando, perché”) o piuttosto di persuadere qualcuno (“Meglio di no, rifletti, cambia strada”).

Le attività stesse si differenziano tra di loro. Facili da confessare alcune, imbarazzanti o delicate altre; imprese da iniziare per il futuro o da dismettere, dolci piuttosto che amare, costose oppure a buon prezzo o gratuite. Sicure o rischiose, delegabili o da svolgere personalmente, solitarie o collettive. E per ogni paziente il discorso è diverso.

Volta per volta andrà prescelto il tasto giusto per l’approccio – più sfumature insieme magari. A una creatura in difficoltà ciò che importa è soprattutto venir capita lei, accettata per com’è (“Le famiglie infelici sono tutte infelici a modo loro”); nell’interlocutore le doti di tipo intellettuale/razionale sono di rado decisive