Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Maria Nefeli Gribaudi - 15/03/2020

Forse, chissà ... - Nefeli Gribaudi

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In Lombardia sembra di essere in trincea, medici che piangono e che hanno impresso negli occhi lo sguardo della paura e della sofferenza. Eppure di cose ne hanno viste tante nella loro vita ma, raccontano, come questa no.

Io non riesco a non pensarci nonostante davanti agli occhi abbia vette bianche ed illuminate dal sole che nascondono l’ombra di quel senso di angoscia e di impotenza che non mi abbandona. Nonostante abbia come sottofondo la musica della risata sguaiata dei bambini e qualche nota che suona ricordandomi momenti e ridandomi, per un istante, la mia libertà.

Ed eccomi ad impugnare la mia amata penna che sa scavare nei miei pensieri, dare voce ai miei silenzi, smascherare le mie timidezze, fotografando un tempo che non potrò dimenticare.

Sarà che quegli ospedali ho imparato un po’ a conoscerli, a trovarli sulla mia scrivania, leggerli nei miei atti, a difenderli con passione come se fossero un po’ miei, attraversando con loro la Lombardia, quella terra che mi ha accolto, mi ha insegnato e mi ha cresciuta.

Sarà che non riesco a non pensare a quegli sguardi di quei medici ed infermieri che lottano con la stanchezza e lo sconforto. A quelli che sono diventati miei amici. A quegli occhi che guardano la morte senza avere il tempo di piangere, di essere stanchi e di riempirsi di paura. Perché il loro dovere è andare avanti. Sarà che non riesco a non pensare a come deve essere congedarsi da questo mondo in solitudine. Forse, mi dico, in quel momento siamo tutti soli in fondo, ma, forse, qualcuno è in compagnia della speranza, della fede, che non finisca tutto qua e che il Bello debba ancora iniziare. Ma anche aver fede costa fatica, impegno, perseveranza e speranza.

E noi eccoci seduti sul divano, nudi di fronte a tutte le nostre fragilità, a riscoprire il valore di un abbraccio, di un abbraccio che non possiamo dare, dello sguardo dei tuoi cari che non puoi vedere, a quel semplice caffè della mattina. A quella parola che avresti voluto dire, ma la fretta era troppa e ti è sfuggita via.

Eccoci a fare i conti con le nostre angosce.

E allora ti metti a scrivere e a pensare per paura di non avere più il tempo di dire.

Ed eccoci  ancora a riscoprire il valore del tempo. Un tempo che si contraddice: lento e veloce. Eccoci a lottare con un tempo immobile, lento e sospeso che ti toglie e non ti da’, mentre fuori il tempo corre e toglie il fiato: non c’è più tempo.

E cosa sarà domani? Un giorno tutto questo passerà e forse i medici e gli infermieri diventeranno i nostri eroi. I bambini leggeranno le loro storie e li disegneranno vestiti da super eroi.

Forse invece tutto sarà come prima e in un batter di ciglia tutti torneremo ai nostri affari e ad annoiarci di fronte alla quotidianità, forti delle nostre certezze, aspettando chissa’ che cosa.

Forse capiremo che non basta un protocollo o una linea guida e che curare significa molto di più e che forse lo possiamo fare un po’ anche noi con uno sguardo, un sorriso, una parola.

Forse riscopriremo l’etica, la responsabilità morale. Quella dei miei interminabili e faticosi  viaggi a Padova per trovare delle risposte a dove stiamo andando? Una fatica immensa di ore passate ad interrogarsi, rompendo gli schemi del diritto, gli schemi che mi sorreggono, rimanendo muta ed incapace di  domande perché per farlo prima bisogna  riflettere. Ma dovevo trovare il tempo.

Forse torneremo a parlare  di prevenzione e non la troveremo scritta solo nelle leggi ma faremo tanto per farci trovare più preparati.

Forse sapremo mettere il forse davanti alle nostre asserzioni. Forse troveremo tutti un po’ il tempo per rallentare il tempo. Forse ci daremo quell’abbraccio. Magari, chissà