Interessi protetti - Beni, diritti reali -  Riccardo Mazzon - 07/08/2020

Distanze, confini e rapporti di vicinato: il muro di cinta può essere più alto di tre metri?

Opportuno ricordare che gli strumenti urbanistici locali non possono incidere sulla definizione di “muro di cinta”, derogando al disposto dell’articolo 878 c.c.: sarebbe, pertanto, illegittima, per violazione dell'art. 878 c.c., una norma - per esempio norma tecnica di attuazione del Prg -, che equiparasse una costruzione di altezza non inferiore a tre metri e priva di pareti finestrate ai muri di cinta, ammettendone l'edificazione sul confine anche in difetto di convenzione col confinante.

Il muro di cinta non può avere un’altezza superiore a tre metri: così, un’eventuale sopraelevazione, oltre detta misura, deve ritenersi illegittima - si veda, per un approfondimento, anche in relazione alla giurisprudenza qui citata, la terza edizione del trattato Riccardo Mazzon, "Rapporti di vicinato", Cedam 2018 -.

In tal caso, peraltro, il giudice non deve condannare alla demolizione dell’intera sopraelevazione del detto muro, potendo soltanto condannare alla demolizione della sopraelevazione che importi innalzamento “oltre metri tre rispetto al piano”.

Resta, dunque, confermato come l'art. 878 c.c. non possa esser applicato ai muri di cinta con altezza maggiore, considerati dall'art. 886 c.c. solo per regolare e delimitare l'obbligo di contribuzione del vicino alla costruzione del muro medesimo.

La conseguenza principe dell’identificazione di un manufatto in “muro di cinta” (anziché in “costruzione”) è l’esenzione dello stesso dal rispetto delle norme sulle distanze tra fabbricati – neppure il muro di cinta può essere considerato costruzione ai fini delle facoltà concesse al vicino di realizzare il proprio fabbricato in aderenza o in appoggio -: le distanze legali, pertanto, devono essere computate come se il muro di cinta non esistesse.

La regola vale anche per negare l'operatività della disciplina delle distanze tra le pareti finestrate degli edifici, stabilita dallo strumento urbanistico, secondo il disposto dell'art. 9 del d.m. 2 aprile 1968, n. 1444, al fine di assicurare aria e luce agli edifici stessi ed alle loro vedute: non è, però, ovviamente, di per sé sufficiente l'interposizione tra i fabbricati di un muro non di cinta, da considerare perciò costruzione, occorrendo, per la disapplicazione della disciplina medesima, che l'altezza e l'estensione del muro interposto escludano che gli edifici risultino anche parzialmente antistanti.

In ogni caso, la norma di cui all'art. 878 c.c. attiene ai rapporti interprivati nelle costruzioni.