Diritto, procedura, esecuzione penale - Ordinamento penitenziario -  Annalisa Gasparre - 18/01/2021

Detenuto schizofrenico e con salute precaria: niente domiciliari se può essere curato in carcere – Cass. pen. 27119/20

Un detenuto affetto da salute precaria e schizofrenia chiedeva al tribunale di sorveglianza di espiare la pena in detenzione domiciliare. Era infatti stato condannato per i reati di truffa e sostituzione di persona nonché per falsità e per violazione della misura di prevenzione.
L’istanza veniva rigettata sul rilievo che vi erano numerose segnalazioni p.s., oltre a precedenti penali e carichi pendenti che attestavano il rischio di una ricaduta nel reato. Inoltre, il contesto familiare e abitativo era precario, vivendo l’istante in una roulotte, insieme a sette componenti del nucleo familiare; le frequentazioni con persone pregiudicate erano continuate ed non vi era una comprovata fonte lecita di guadagno. Era inoltre stato denunciato per maltrattamenti della moglie (nonostante una remissione di querela) e sottoposto a TSO per uno scompenso psicotico.
Per quanto riguarda lo stato di salute (connotato da obesità, ipertensione, ipercolesterolemia, schizofrenia paranoide cronica) secondo il tribunale si trattava di patologie suscettibili di essere adeguatamente curate in carcere.
Secondo il Tribunale di sorveglianza non ricorrevano gli estremi per ritenere che il detenuto fosse affetto da una patologia idonea a mettere in pericolo la vita o a provocare rilevanti conseguenze dannose e, comunque, tale da esigere un trattamento che non si potesse attuare nello stato di detenzione, dovendosi in proposito operare un bilanciamento tra l'interesse del condannato ad essere adeguatamente curato e le esigenze di sicurezza della collettività.
La storia giudiziaria dell’istante, precisa la corte di cassazione, non era tale da indurre una prognosi positiva sul rispetto di prescrizioni accessorie alla misura della detenzione domiciliare.
L'ordinanza impugnata, secondo la corte di cassazione, in definitiva è immune da censure, sia per il profilo di pericolosità che per quello clinico.


Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 23 giugno – 29 settembre 2020, n. 27119 - Presidente Iasillo – Relatore Cairo
Ritenuto in fatto e considerato in diritto
1. Con l'ordinanza in epigrafe, in data 18/12/2019, il Tribunale di sorveglianza di Roma rigettava la richiesta di detenzione domiciliare avanzata nell'interesse di Ja. Br.. Al momento della domanda l'istante era in espiazione della pena di un anno, undici mesi e ventotto giorni di reclusione, di cui al cumulo emesso dalla Procura della Repubblica di Cuneo il giorno 1/8/2018, per i reati di truffa e sostituzione di persona, commessi nell'anno 2010, di falsità e di violazione della misura di prevenzione (2013), con un fine pena al 7/9/2021.
Premetteva l'adito Tribunale che l'istante aveva fatto ingresso dalla libertà nella struttura penitenziaria di Viterbo, all'esito del rigetto delle istanze operato dal Tribunale di sorveglianza di Torino.
Rilevava che v'erano diverse segnalazioni di P.S., oltre a precedenti penali e carichi pendenti, che davano conto di un rischio di ricaduta nel reato. Si presentava, peraltro, un contesto familiare e abitativo precario. Ja. viveva in una roulotte, insieme a sette componenti il nucleo familiare; aveva continuato a frequentare persone pregiudicate ed erano assenti comprovate fonti lecite di guadagno, per il suo sostentamento.
Lo stesso istante, osservava il Tribunale, era stato denunciato dalla moglie per maltrattamenti e, al di là della remissione di querela, il 12/11/2019, da parte della donna, era stato sottoposto a TSO, nel periodo compreso tra l'1 e il 7 agosto 2019, a seguito di uno scompenso psicotico.
Il Tribunale dava conto del quadro patologico che si ricavava dalla relazione sanitaria (obesità, ipertensione, ipercolesterolemia, schizofrenia paranoide cronica) aspetto che, tuttavia, non esauriva la valutazione da compiere, dovendo Ja. aderire alle prescrizioni imposte.
Si trattava di patologie suscettibili, del resto, di essere adeguatamente curate in carcere.
2. Ricorre per cassazione Ja. Br., con il ministero del suo difensore di fiducia e lamenta il vizio di motivazione, in ordine all'erronea applicazione della legge penale sui gravi motivi di salute ex art. 47-ter L. 26 luglio 1975, n. 354.
Il detenuto era affetto da schizofrenia paranoide cronica e il carcere di Viterbo aveva ritenuto l'incompatibilità con il regime detentivo ordinario, indicando la necessità di una continuità terapeutico assistenziale presso il CSM di riferimento. Il quadro clinico era confermato all'udienza del 18/12/2019 nella nuova relazione aggiornata.
La motivazione risultava, dunque, viziata nella parte in cui aveva ritenuto che la condizione di salute fosse destinata a migliorare nel contesto detentivo. Si trattava di una conclusione in contrasto logico e medico-scientifico con le acquisizioni a disposizione. Ja. era, invero, affetto da una patologia psichiatrica grave che risaliva al 2006 e non era gestibile in ambito intramurario.
Il richiamo ai delitti commessi era stato travisato, poiché si trattava di fatti che erano stati commessi in una condizione di delirio psicotico paranoide verso i familiari. D'altro canto il detenuto aveva diritto a essere curato adeguatamente a non essere sottoposto a trattamenti non tollerati dalle condizioni di salute.
3. Il ricorso è manifestamente infondato e, in parte, proposto fuori dei casi ammessi.
3.1. Esso non si confronta compiutamente con la motivazione sviluppata dal Tribunale di sorveglianza.
Secondo il Tribunale di sorveglianza non ricorrevano gli estremi per ritenere che il detenuto fosse affetto da una patologia idonea a mettere in pericolo la vita o a provocare rilevanti conseguenze dannose e, comunque, tale da esigere un trattamento che non si potesse attuare nello stato di detenzione, dovendosi in proposito operare un bilanciamento tra l'interesse del condannato ad essere adeguatamente curato e le esigenze di sicurezza della collettività (Sez. 1, n. 789 del 18/12/2013, dep. 2014, Mossuto, Rv, 258406; Sez. 1, n. 972 del 14/10/2011, dep. 2012, Farinella, Rv. 251674).
La storia giudiziaria di Ja., si è annotato, non era tale da indurre una prognosi positiva sul rispetto di prescrizioni accessorie alla misura della detenzione domiciliare. Ciò neppure per la misura di cui all'art. Ai-ter comma 1 lett. c) Ord. Pen. che, oltre a presupporre costanti contatti con i presidi sanitari territoriali, richiede la capacità del soggetto di aderire in autocontrollo alle prescrizioni imposte.
Questo elemento non si coglieva, appunto, nella storia personale dell'istante che aveva violato le norme penali almeno fino al 21/5/2018. La pericolosità sociale e la mancata adesione al piano di reinserimento sociale, proposto dai servizi territoriali, erano, dunque, elementi che deponevano per una condizione ostativa al beneficio della detenzione domiciliare invocata.
Né in questa logica coglie nel segno il dedotto travisamento secondo cui il Tribunale avrebbe errato nel ritenere che l'ambiente carcerario avrebbe permesso un trattamento clinico di maggiore pregnanza.
Il ricorso non si conforta compiutamente con il ragionamento sviluppato dal Giudice di merito che ha semplicemente evidenziato come le condizioni psicofisiche del detenuto potessero essere adeguatamente controllate in contesto detentivo. Già la presa in carico da parte dei servizi dell'istituto ne avrebbe permesso un miglioramento, con assunzione costante di terapia ed effettuazione periodica di colloqui psicologici e psichiatrici.
Risulta, dunque, correttamente valutato il quadro clinico che caratterizza la condizione del condannato ed è riassunto nel provvedimento impugnato nella sua completezza, con correlata spiegazione delle ragioni a fondamento della decisione di respingere la richiesta avanzata.
Non risulta, del resto, su tale base, che l'espiazione della pena in atto contrasti, allo stato e, in concreto, con il diritto alla salute o con il senso di umanità costituzionalmente garantiti, in quanto non si evidenziano condizioni tali da far postulare conseguenze dannose, anche sul piano della dignità umana, così da privare la pena del suo significato rieducativo.
Le cure e i trattamenti clinici sono indicati come praticabili -e in effetti praticati- all'attualità, nella struttura penitenziaria.
L'ordinanza impugnata, dunque, tratta ogni aspetto, con motivazione immune da censure, sia per il profilo di pericolosità che per quello clinico. Su quest'ultimo il ricorso rimette la ponderazione e la qualificazione anche di aspetti di merito e di valutazioni in fatto che non possono essere affidate allo scrutinio di legittimità.
Sulla base di quanto illustrato, il ricorso va dichiarato inammissibile. Alla declaratoria di inammissibilità segue, a norma dell'art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento a favore della cassa delle ammende della somma di Euro tremila a titolo di sanzione pecuniaria, in ragione delle questioni dedotte.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della cassa delle ammende.