Danni - Danni -  Giovanni Catellani - 17/04/2018

Corte di Cassazione n.9048 del 2018, seconda parte

Una importante sentenza della Corte di Cassazione civile Sez. 3, la n. 9048 del 2018, presidente Travaglino e relatore Rossetti torna su diverse questioni di particolare interesse in materia di risarcimento del danno sia patrimoniale che non patrimoniale. La Corte prende in esame una vicenda che riguarda una famiglia con figlio primogenito nato con un grave ritardo neuromotorio dovuto ad ipossia cerebrale intervenuta durante il parto. Nel 1997 i genitori agirono dinanzi al Tribunale di Napoli affermando che il danno era stato causato dalla colpevole condotta dei sanitari, i quali, nonostante un evidente quadro sintomatico di sofferenza fetale, non avevano eseguito prontamente un parto cesareo, mancando peraltro di sorvegliare adeguatamente la gestante durante il travaglio, e comunque somministrandole dosi eccessive di ossitocina, che si erano rivelate controproducenti rispetto al felice esito del parto. I genitori agirono in giudizio anche per i figli nati successivamente, chiedendo a loro favore il risarcimento del danno non patrimoniale per non avere goduto del diritto a vivere in una famiglia serena. Con sentenza 12 marzo 2004 n. 3055 il Tribunale di Napoli accolse la domanda dei genitori. La sentenza venne appellata da tutte le parti. Con sentenza 30 dicembre 2013 n. 4514 la Corte d'Appello di Napoli accolse parzialmente tanto l'appello principale proposto dai sanitari convenuti, quanto l'appello incidentale proposto dai genitori sia in proprio che quali rappresentanti dei propri figli minori. La Corte d'appello aumentò la liquidazione del danno patrimoniale e non patrimoniale patito sia dai genitori che dal minore nato affetto dalla indicata patologia. La Corte d'appello ritenne invece, accogliendo sul punto l’impugnazione dei convenuti, che non spettasse alcun risarcimento ai fratelli postumi del primogenito, poiché, essendo nati dopo quest'ultimo, non poteva dirsi sussistente un valido nesso di causa fra l'errore dei sanitari e il danno da essi lamentato. La sentenza della Corte di Cassazione è rilevante per almeno tre questioni sottoposte al suo giudizio: 1) La risarcibilità o meno del danno non patrimoniale a favore dei figli nati successivamente al primogenito, vittima del fatto illecito, che vantano un diritto a vivere in famiglia serena; 2) La possibilità di un incremento “personalizzato” del danno così come quantificato in virtù delle tabelle del Tribunale di Milano; 3) La calcolabilità del danno patrimoniale sulla proiezione del mancato reddito della persona nata con patologia che non permetterà alcuna occupazione. Per comodità di esposizione e facilità di lettura, abbiamo diviso in due parti la sintesi della sentenza. Nella prima parte ci siamo occupati del punto n.1), ora sintetizziamo la sentenza relativamente ai punti n.2) e n 3). I sanitari con ricorso incidentale lamentavano la duplicazione del risarcimento del danno non patrimoniale patito dalla vittima del fatto illecito da parte della Corte d'Appello di Napoli. La Corte di Cassazione sul punto ricorda come già il il Giudice di primo grado, nella stima del danno non patrimoniale, avesse calcolato il danno alla salute in base ai criteri predisposti in via equitativa dal Tribunale di Milano, e avesse poi aveva aumentato l’importo tenendo conto dei pregiudizi alla vita di relazione della vittima. In particolare, il primo giudice aveva liquidato il danno biologico in base alle tabelle milanesi, ed aggiunto un ulteriore importo di 361.465 euro, pari alla metà del danno biologico, tenendo conto "della totale inesistenza della vita di relazione ed al solo fine di adeguare il risarcimento alla peculiare condizione del caso". Il ricorso incidentale dei sanitari sottolineava come il ristoro dei pregiudizi relazionali fosse già stato stato già considerato dal Tribunale con l'incremento dell’importo del danno biologico e come non potesse la Corte d'Appello incrementare ulteriormente la personalizzazione del danno. La Cassazione ha respinto, sul punto, il ricorso incidentale così motivando: “La Corte d'appello non ha liquidato nuove voci di danno in aggiunta a quelle già liquidate dal Tribunale, né ha risarcito pregiudizi identici, chiamandoli con nomi diversi. La Corte d'appello ha semplicemente ritenuto che l'importo liquidato dal Tribunale a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale fosse incongruo, rispetto alle circostanze del caso concreto, e ne ha perciò elevato l'ammontare (come si desume dalla p. 13, secondo capoverso, della sentenza impugnata): si tratta dunque d'una valutazione di merito, non censurabile in questa sede.” La Corte ha invece accolto il ricorso incidentale per quanto riguarda la liquidazione del danno patrimoniale. I ricorrenti avevano affermato l’errore della Corte d’Appello nel determinare il danno patrimoniale da soppressione della capacità di lavoro patito dalla vittima primaria. In particolare, la Corte d'Appello, nel liquidare tale danno in forma di capitale, non avrebbe tenuto conto del coefficiente corrispondente all'età che la vittima avrebbe avuto al momento dell'ingresso nel mondo del lavoro. E’ solo da quel momento, infatti, che nel patrimonio della vittima si sarebbe iniziato a produrre il mancato guadagno per un reddito annuo determinato in via equitativa in misura pari al triplo della pensione sociale. La Corte di Cassazione ha ritenuto fondato il motivo nella parte in cui deduce la violazione dell'art. 1223 c.c. Nel cassare la sentenza e nel rimettere alla Corte d’Appello di Napoli la questione, ha innanzitutto sottolineato l’excursus giurisprudenziale in base al quale la c.d. "incapacità lavorativa" non è il danno: essa è solo la causa del danno, il quale è invece costituito dalla perdita o dalla riduzione del reddito da lavoro [così già, lucidamente, Sez. 3, Sentenza n. 3961 del 21/04/1999, secondo cui "la riduzione della cosiddetta capacità lavorativa specifica non costituisce danno in sé (...), ma rappresenta invece una causa del danno da riduzione del reddito". Per questo motivo, il danno patito dal minore che perda la capacità di lavoro inizierà a prodursi nel momento in cui la vittima avrebbe verosimilmente iniziato a lavorare se fosse stata sana. La Corte di Cassazione ha conseguentemente invitato la Corte d’Appello di Napoli a seguire i seguenti principi di diritto: “(A) Il danno da perdita della capacità di lavoro deve essere liquidato: (a') sommando e rivalutando i redditi già perduti dalla vittima tra il momento del fatto illecito e il momento della liquidazione; (a") capitalizzando i redditi che la vittima perderà dal momento della liquidazione in poi, in base ad un coefficiente di capitalizzazione corrispondente all'età della vittima al momento della liquidazione. (B) Quando il danno da perdita della capacità di lavoro sia patito da persona che al momento del fatto non era in età da lavoro, la liquidazione deve avvenire: (b') sommando e rivalutando i redditi figurativi perduti dalla vittima tra il momento in cui ha raggiunto l'età lavorativa, e quello della liquidazione; (b") capitalizzando i redditi futuri, che la vittima perderà dal momento della liquidazione in poi, in base ad un coefficiente di capitalizzazione corrispondente all'età della vittima al momento della liquidazione; (b") se la liquidazione dovesse avvenire prima del raggiungimento dell'età lavorativa da parte della vittima, la capitalizzazione dovrà avvenire o in base ad un coefficiente corrispondente all'età della vittima al momento del presumibile ingresso nel mondo del lavoro; oppure in base ad un coefficiente corrispondente all'età della vittima al momento della liquidazione, ma in questo caso previo abbattimento del risultato applicando il coefficiente di minorazione per anticipata capitalizzazione"