Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Gemma Brandi - 07/07/2020

C’era una volta un piccolo paese del Friuli con i suoi vecchi…

   Qualche giorno fa una giovane donna friulana, abitualmente schiva, mentre preparavamo insieme qualcosa, ha voluto mettermi a parte di uno sviluppo che l’aveva colpita. Nel piccolo paese da cui proviene è ospitata una storica e grande residenza per anziani che, a causa della Covid-19, ha subito alcune limitazioni in corso di lockdown. Cosa è accaduto con la chiusura a penetrazioni esterne di detta realtà? Non quello che ci si sarebbe attesi, vale a dire una sofferenza diffusa e aggiuntiva a causa dell’ulteriore depauperamento dei già rarefatti scambi sociali e di affetto. No, non questo furto, peraltro necessario, a danno delle già deboli risorse esistenziali dei suoi cittadini, bensì un improvviso sospiro di paradossale sollievo, una dimensione quieta, gentile e luminosa, una pace imprevista e improvvisa, un minus delle abituali tensioni, con una pecca rilevata da tutti: il cibo confezionato all’esterno non era altrettanto gustoso. Un neo che introduceva una caduta delle piccole gioie quotidiane di una vita ridotta all’essenza.
    Nello stesso pomeriggio avrei sentito il racconto di una straordinaria direttrice di carcere, che evidenziava come la pandemia avesse inaugurato, in istituti ben governati, un periodo di pace interna e di condivisione nuova. L’accorta professionista segnalava come l’introduzione di videochiamate quotidiane con le famiglie, in cambio di incontri diventati proibitivi, non fosse estranea a questo sorprendente benessere interno e suggeriva sagacemente, a partire dalla sua piccola grande esperienza, di non sospendere il nuovo diritto introdotto nel mondo della pena da un evento avverso come il rischio infettivo.
    Ho ripensato allora a tutte le emergenze che hanno attraversato la mia pratica di psichiatra nelle istituzioni, quelle della pena incluse, e a come, in maniera diventata con l’esperienza meno imprevedibile, il pericolo repentino abbia sempre determinato la fine netta delle lamentele, delle proteste, delle grida gratuite, richiamando anche chi appariva incontenibile a un nuovo ordine del discorso e della convivenza. In luogo del caos, il disastro ricompone un assetto socialmente compatibile in cui ciascuno recupera il suo posto e lascia che la soluzione sia cercata senza intralciarne il reperimento. Tra tutti i ricordi siffatti continua a fare capolino il drammatico giorno del mio sequestro per ore nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino, un sequestro annunciato che chi doveva avrebbe potuto evitare e non evitò, che chi poteva era chiamato ad abbreviare, ma non lo fece, che chi ne portava la responsabilità istituzionale si affrettò soltanto a “ridimensionare”. Eppure a colpirmi, nelle ore disperate che mi incanutirono anzitempo, fu il silenzio della sezione, furono gli internati che si davano da fare per procurarmi del tè e con quello il loro conforto, e furono anche le parole di uno dei sequestratori: “Se una cosa mi dispiace, è che qui ci sia la dottoressa Brandi!”. Direte, una magra consolazione, e invece io lessi in tale ammissione il miracolo di una sana consapevolezza. Se è vero che chi non sa essere amico degli amici, non potrà essere nemico dei nemici, il mio sequestratore aveva ben chiaro in cuor suo che io non facevo parte della schiera dei nemici. Un buon inizio, almeno per lui, e forse anche per me. Quando la cosa si concluse e tornai a lavorare, mi accorsi di non avere maturato avversione e paura nei riguardi dei pazienti, bensì di altri e di altro, certo dei perversi che nascondono il pugnale con cui si preparano a ferire. La mia lucidità, clinica e istituzionale, fu da allora maggiore.