Persona, diritti personalità - Onore, decoro, reputazione -  Sabrina Peron - 09/11/2020

App. Palermo, 5.11.2020, n. 1634/2020, La cronaca giudiziaria e la rigorosa verifica delle fonti

Il caso deciso dalla Corte d’appello di Palermo ha riguardato la pubblicazione su un noto quotidiano nazionale di un articolo a firma di una famoso giornalista, il quale nel ricostruire a distanza di anni le vicende del Maxiprocesso di Palermo aveva – tra l’altro – scritto: ““Il processo inizia il 10 febbraio 1986 (…) Presidente della Corte è Alfonso Giordano, ma a condurre l’arduo processo di primo grado è, in effetti, il giudice a latere, l’attuale presidente del Senato, Pietro Grasso”.

Il Presidente del Maxiprocesso ritenendo che tale “affermazione avesse ignorato, travisato ed alterato una realtà, che apparteneva ormai alla storia (oltre che alla cronaca) del Paese e che trovava copiose ed incontrovertibili conferme in ogni forma e sotto ogni profilo, mentre, di contro, nessuna prova si sarebbe potuta mai fornire della veridicità della suddetta affermazione”, citava la testata e il giornalista avanti al Tribunale di Palermo per ottenere ristoro dei danni subiti a causa dell’intervenuta lesione della sua reputazione professionale. Riteneva difatti, l’attore, che tale ricostruzione aveva “sminuito e ridotto la propria figura ad una funzione meramente formale e di pura apparenza e dalla quale era uscito il ritratto di chi si era ritirato nelle retrovie, per incapacità o per ignavia, per incompetenza o per paura”. Chiedeva, pertanto, condanna solidale dei convenuti al risarcimento dei danni in proprio favore, da liquidarsi in via equitativa in € 20.000,00.

La domanda veniva integralmente rigettata nel primo grado di giudizio svoltosi innanzi al Tribunale di Palermo, sul presupposto che fosse un “fatto storico e notorio che l’accettazione, da parte del Dott. Giordano, di presiedere il c.d. “Maxiprocesso” avesse costituito assunzione di un onere certamente gravoso e tecnicamente di impegno fuori del comune, con la conseguenza che, a seguito di una frase contenuta in un articolo pubblicato oltre trent’anni dopo, peraltro di discutibile interpretazione, nessuno poteva dubitare minimamente del ruolo rivestito dal ricorrente, dell’impegno da lui profuso, delle difficoltà incontrate e dei rischi affrontati. Peraltro, la circostanza che la conduzione e la gestione del “Maxiprocesso” fossero state opera in prima persona del Presidente Giordano rappresentava un fatto notorio attestato dalle copiose cronache giornalistiche sia di stampa, che radiotelevisive, che avevano documentato in tempo reale ed in tutto il mondo lo svolgimento del processo e la funzione apicale svolta dal ricorrente. Ancora, rilevava il Tribunale che la frase contenuta nell’articolo si riferiva ad un’affermazione del Dott. Grasso non certo diffamatoria nei confronti del ricorrente e non tale da generare in chi leggeva le conseguenze lesive, che il Dott. Giordano vi aveva ravvisato. In ogni caso, poi, soccorreva in favore dei resistenti il diritto di critica”.

 

DI tutt’altro avviso, invece, la Corte d’Appello di Palermo che con la sentenza n. 1334/2020 che qui si pubblica ha accolto le domande dell’attore odierno appellante.

 

In particolare la Corte d’Appello nel valutare la presenza o meno delle scriminati per il legittimo esercizio del diritto di cronaca/critica, quali elaborata da giurisprudenza consolidata (tra le più recenti si vedano Cass. 18174/2014, anche con riguardo riferimento all’inserimento in internet di informazioni lesive dell’onore e della reputazione), ossia la simultanea presenza:

  1. a) della verità oggettiva (o anche solo putativa, perché frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca), la quale non sussiste, in particolare, quando i fatti riferiti siano accompagnati da sollecitazioni emotive, sottintesi, accostamenti, insinuazioni, allusioni o sofismi obiettivamente idonei a creare nella mente del lettore false rappresentazioni della realtà;
  2. b) dell’interesse pubblico all’informazione, cioè la cosiddetta pertinenza;
  3. c) della forma “civile” dell’esposizione e della valutazione dei fatti, cioè la cosiddetta continenza.

Ha ritenuto assente proprio il presupposto della verità.

Difatti, la Corte ha verificato che era stato lo stesso giudice a latere del Maxi processo ad aver dichiarato in un suo libro (“Storie di sangue, amici e fantasmi –Ricordi di mafia”) utilizzato dal giornalista come fonte, che il suo contributo era legato “in pratica, a problematiche di carattere squisitamente procedurale (che ben potevano essere delegate, soprattutto in un procedimento di così enormi dimensioni, al giudice a latere), quali i verbali di udienza da redigere in tempo reale, l’appello nominativo degli imputati da trasformare in un registro delle presenze, l’impossibile lettura degli atti e la fretta di scrivere da solo le settemila pagine della sentenza prima che scadessero i termini (circostanza, quest’ultima, peraltro riguardante una fase successiva alla celebrazione del processo)”, mentre non vi era il “benché minimo riferimento a tutte quelle dinamiche processuali attinenti alla vera e propria conduzione del processo e finalizzate all’adozione della decisione finale, quali l’esame dei numerosissimi imputati, l’escussione dei vari testi e dei collaboratori di giustizia, i confronti tra imputati e collaboratori, le decisioni sulle eccezioni sollevate dai difensori”.

La Corte ha quindi osservato come alla luce di tali considerazioni la frase incriminata si connotasse per la sua “non rispondenza alla realtà storica” e, quindi, sostanzialmente carente del requisito della verità anche solo sotto un profilo meramente putativo.

A tale ultimo riguardo, la sentenza in commento esclude la verità putativa sul seguente ordine di ragioni. Anzitutto, perché essendo il giornalista uno “massimi esperti e conoscitori del Maxiprocesso”, non può seriamente sostenersi che egli “non fosse bene a conoscenza del ruolo effettivamente svolto dal Dott. Giordano nella conduzione del processo”, essendo per contro ben “addentro alle vicende processuali in oggetto”. In secondo luogo, perché anche a voler ipotizzare che il giornalista non conoscesse bene le vicende del Maxiprocesso in ogni caso egli è “venuto meno al dovere di effettuare un serio e diligente lavoro di ricerca, al fine di verificare la veridicità della narrazione contenuta nell’articolo in questione, verifica peraltro abbastanza agevole, potendo essere effettuata attraverso la consultazione dei verbali del processo, nonché dei numerosi articoli di stampa e servizi televisivi, che pressoché quotidianamente hanno seguito l’andamento del dibattimento e, non ultimo, attraverso l’ascolto sia del Dott. Grasso (quanto meno al fine di precisare il senso delle affermazioni contenute nel libro da lui scritto), che del diretto interessato, Dott. Giordano”.

La Corte ha inoltre osservato come fale affermazione, nella sua “estrema genericità ed apoditticità”, fosse peraltro anche “totalmente avulsa dal contesto complessivo dell’articolo, non accompagnata da alcuna specificazione e senza l’indicazione della fonte di provenienza o di altre circostanze oggettive, che quella frase potessero corroborare”. Ne segue che, in tale modo si trattava di un’affermazione “senz’altro idonea a trarre in inganno il lettore, creando nello stesso una falsa rappresentazione della realtà e, in particolare, la convinzione di una presenza del Presidente Giordano meramente formale, senza che lo stesso fosse stato in grado di esercitare una funzione incisiva  e determinante nella conduzione del processo e, conseguentemente, anche ai fini della complessa decisione finale da adottare, il che, a sua volta, ha verosimilmente dato luogo anche alla convinzione di una incapacità o di un’incompetenza del Dott. Giordano, tale da indurlo a sfruttare necessariamente la presenza nel Collegio del Dott. Grasso, delegando pressoché completamente allo stesso la conduzione del dibattimento, convinzione peraltro destinata a rafforzarsi in considerazione del fatto che, nella frase in questione, viene rimarcato il carattere “arduo” del processo di primo grado”.

Alla luce di tali accertamenti la Corte d’Appello di Palermo ha ritenuto che la frase incriminata fosse lesiva della reputazione dell’appellante e che in un’ottica di bilanciamento di contrapposti diritti non potesse legittimamente invocarsi la scriminante del diritto di cronaca e/o di critica.

Con riguardo alla reputazione lesa, la sentenza ha osservato come a subire discredito sia stato l’aspetto personale e, soprattutto, professionale dell’appellante, peraltro “a nulla rilevando il fatto che lo stesso, già da parecchio tempo, non eserciti più la funzione di magistrato”. Difatti, l’affermazione lesiva ha riguardato i compiti istituzionali e l’attività professionale del magistrato, che in tal modo, “sia pure a posteriori, è venuta ad essere discreditata”. A ciò la Corte ha aggiunto anche la lesione della stima sociale di cui gode l’attore in seno alla collettività, “essendo notorio, in virtù delle numerose cronache giornalistiche e televisive, come lo stesso fosse stato, unitamente al Dott. Grasso, uno degli artefici del duro colpo inferto all’associazione mafiosa, ruolo, questo, che, a causa dello scritto per cui è causa, è stato drasticamente ridimensionato”.

Né varrebbe ritenere (come erroneamente sostenuto dal Giudice di prime cure) che “proprio in considerazione della notorietà delle circostanze sopra riportate”, nessuno potrebbe dubitare del ruolo rivestito dall’appellante nel Maxiprocesso e dell’impegno da lui profuso. In proposito la sentenza chiarisce che tale osservazione potrebbe “cogliere nel segno ove riferita a coloro che, per l’attività svolta (magistrati, avvocati, giornalisti, ecc.), avessero una conoscenza abbastanza approfondita dello svolgimento del Maxiprocesso, ma non certo nei confronti del lettore medio, privo delle necessarie conoscenze tecnico –giuridiche e non addentro alle particolari dinamiche processuali e, in special modo, alle concrete funzioni che potevano essere svolte dal giudice a latere ed al concreto contributo, che lo stesso poteva prestare alla conduzione del processo (vedi supra). E ciò vale ancor di più, se si considera, come giustamente rilevato dall’appellante, che l’articolo per cui è causa è intervenuto a quasi trent’anni di distanza dalla celebrazione del Maxiprocesso, sicché le generazioni di oggi, che di quel processo non hanno avuto diretta conoscenza, anche soltanto attraverso le cronache giornalistiche e televisive, non hanno avuto motivo alcuno per dubitare del ruolo riduttivo e meramente formale svolto dal Dott. Giordano, quale traspare, neanche tanto velatamente, dall’articolo in oggetto”.

Accertata quindi la responsabilità dei convenuti / appellati nella lesione alla reputazione dell’appellante gli stessi son stati condannati al risarcimento del danno non patrimoniale, quantificato in € 15.000,00, alla luce dei seguenti parametri (per i quali era stato puntualmente assolto l’onere di allegazione):

l’articolo era stato diffuso da una testata particolarmente nota;

l’autore dell’articolo è un giornalista assai noto al pubblico;

l’articolo ha avuto una particolare diffusione, “sia per il mezzo adoperato per la sua pubblicazione (internet), sia perché è coinciso con il venticinquesimo anniversario dell’uccisione del dott. Giovanni Falcone, anniversario che ha verosimilmente catturato ampia attenzione da parte del pubblico”;

la particolare portata offensiva dello scritto, ove rapportata al già evidenziato contesto sociale e professionale dell’appellante, che ha visto drasticamente sminuita l’immagine che lo stesso aveva in quei contesti;

il disvalore che ha connotato la condotta degli appellati;

la condizione di particolare turbamento e di disagio interiore, se si vuole ancora più accentuati in considerazione dell’età del magistrato alla data di pubblicazione dell’articolo per cui è causa.