Deboli, svantaggiati - Malati fisici, psichici -  Manuela Mazzi - 29/05/2020

ANTICHI ARCHIVI - I fascicoli “FOLLI”

Anni fa ero componente della Commissione stralcio degli atti di archivio della Procura della Repubblica di Napoli. Il nostro compito era quello di analizzare vecchi fascicoli  giacenti negli archivi e decidere se potevano avere ancora un significato giudiziario, e in tal caso sarebbero stati portati nei nuovi uffici della Procura, se potevano avere un interesse storico, e quindi sarebbero stati  trasmessi all’Archivio di Stato,  oppure se si potevano distruggere. Man mano che andavamo  indietro negli anni, la ricerca si faceva sempre più avventurosa. Avevamo iniziato dai grandi saloni al piano terra di Castelcapuano, dove aveva avuto sede il Tribunale di Napoli, per passare ben presto agli scantinati.  Da lì ci avventurammo  negli stanzoni del Real Albergo  dei Poveri, l’enorme costruzione bianca che i Borbone costruirono per la cura e l’assistenza agli indigenti.  Se fosse in buono stato sarebbe la bella copia degli Invalides.  

Uno degli ultimi archivi era rintanato da decenni dentro una torre. Ci facemmo prestare degli attrezzi  e il cancelliere, un giovanotto robusto, prese a martellate il  catenaccio e i vari lucchetti arrugginiti, fino a che in qualche modo l’ammasso di ferraglia cedette e la porta si aprì. Al piano terra si distinguevano i segni di un incendio  e gli incarti sulle scansie  di legno erano bruciacchiati. Gli scaffali dei due piani superiori erano invece intatti e pieni di scatoloni polverosi ma asciutti. Ne aprimmo qualcuno. Ciascuno conteneva   degli smilzi fascicoletti in ottime condizioni, tutti uguali, tutti grigi.  Erano i fascicoli “FOLLI”.  E per curiosità me ne portai a casa una trentina.

Quelli che ho visto risalivano al periodo prima della seconda guerra mondiale. Impossibile datarli con precisione. Ognuno di essi conteneva una storia lunga decine di anni e si concludeva, nella maggioranza dei casi, con un certificato di morte

 Era di competenza infatti del Procuratore del Re la gestione delle pratiche riguardanti i ricoverati al Manicomio, o più amabilmente nell’ex Ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli. E presso ogni Procura quindi, al ricovero,veniva aperto un fascicoletto “FOLLI”  con l’intestazione del nome della persona. La prima pagina era sempre un’informativa della Reale Arma dei Carabinieri.

Ecco sulla mia scrivania la prima cartelletta grigia con l’intestazione “Procuratore del Re” e, di traverso in alto, una stampigliatura un po’ sbavata in inchiostro blu “FOLLI”. Al centro in corsivo italico,  tracciato a pennino a punta flessibile per rendere i tratti più spessi alla pressione, insomma in bella calligrafia,   c’è scritto il nome: Teresa Gerace  nata a Napoli il 21 marzo 1900, proprio all’inizio della primavera del nuovo secolo.  Sulla sinistra in verticale una serie di date, la prima anch’essa tracciata in un bel corsivo italico: 13 settembre 1923.

So quindi i tempi: Teresa entrò in manicomio quando aveva 23 anni. E posseggo anche i luoghi per raffigurarmi questa storia, perché ho visitato il Bianchi, la fortezza sulla collina cespugliosa a cui si accede attraverso una ripida rampa, dai padiglioni cadenti collegati tramite lunghi passaggi porticati.

L’informativa dell’Arma dei Carabinieri Reali é datata  10 settembre e racconta questo episodio: verso le nove di sera, nel mezzo della festa di Piedigrotta, quando la statua della Madonna si era fermata davanti alla Chiesa di Santa Maria, al culmine dei festeggiamenti, Teresa Gerace si era gettata a terra davanti alla portantina,  gridando: ”Chiedo la Grazia , chiedo la Grazia”.  Quando avevano tentato di spostarla, si era messa a strepitare: ”Sepolcri imbiancati!”, puntando il dito contro la folla che si era ritirata. Era esagitata e ogni tentativo di calmarla era stato inutile. Non era restata altra soluzione che quella di condurla al manicomio Bianchi. Il rapporto annotava che il marito aveva un carretto con cui attraversava la città per vendere la frutta e che i due coniugi avevano  una figlia di quattro anni, Mariuccia. 

Il secondo foglio é uno stampato ingiallito intestato  “Ospedale Psichiatrico Leonardo Bianchi”. Riporta le generalità di Teresa e il medico, oltre ad apporre la firma,  annota la diagnosi con un’unica parola: ”Psicosi”.

La pagina tre é un’altra informativa dell’Arma dei Carabinieri. Siamo nel  settembre del  1928. Il marito di Teresa ha sempre il suo carretto e gira i rioni della città per vendere la frutta. Mariuccia ha ormai nove anni e aiuta il padre. Le condizioni economiche della famigliola sono drammatiche e tali insomma che in nessun modo padre e figlia potrebbero prendersi cura di Teresa, ove fosse dimessa dall’Ospedale. Segue a pagina quattro un  certificato medico in tutto uguale al primo: “Psicosi”.

Arriviamo al 1933 e l’Arma redige altra informativa: il marito di Teresa ha sempre il suo carretto e Mariuccia lo aiuta. Anzi, poiché il padre ha cominciato a bere, ci sono giorni in cui  è la stessa Mariuccia, una ragazza robusta e assennata, a recarsi al mercato all’alba a prendere la frutta e a venderla per la città. E’ impensabile che in quelle condizioni possano prendersi cura di Teresa, se venisse dimessa. Segue a pagina sei l’identico certificato medico. Diversa è solo la firma. 

Nel 1938 Mariuccia si é sposata. Ha una bambina di un anno e un maschietto di due. E’ però sempre lei a tirare il carretto, con il marito che le cammina accanto con una mano poggiata sulla sponda. Sembra anche che il marito sia manesco. I due sono costretti a portarsi i bambini  sul carro, non avendo alcun aiuto in casa. Il padre infatti ha  problemi a camminare. I Carabinieri concludono che le condizioni della famiglia restano misere. Nessuno  avrebbe potuto prendersi cura di Teresa, se fosse uscita. A pagina otto l’identico certificato.

Dopo otto fogli e quindici anni  il fascicolo finisce. Non si conclude con un certificato di morte,  con una denuncia di fuga  o con un felice e raro ritorno in famiglia. La storia di Teresa resta sospesa. L’ultimo foglio è andato perduto, oppure non c’è stato il tempo di scriverlo perché la guerra è entrata anche in città. Teresa e la sua storia si  perdono sotto i bombardamenti dell’ospedale del 1943. Oppure una bomba ha aperto una breccia del muro e Teresa  ha scavalcato le pietre ed è ritornata alla sua vecchia casa. Può essere stata ancora utile con tutti quei nuovi bambini. La sua storia  si perde quindi nell’indefinito, come le sagome  degli interminabili porticati, simboli e ritratti delle vicende che videro,  che collegano i padiglioni del Bianchi, di cui non si vede la fine, ripetitivi e infiniti nei loro  tristi archi. 

Ma per chi desiderasse,  senza inventare come ho fatto io nomi e date che non ricordavo,  descrivere e capire anche con animo di storico  quelle vicende, i fascicoletti si dovrebbero trovare all’Archivio di Stato di Napoli. E chissà quanti ve ne sono ancora in altre Procure e Archivi di tutta l’Italia! Sarebbe bello se qualcuno li togliesse dalla polvere e scrivesse un’unica storia.