Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Manuela Mazzi - 08/07/2020

ANTICHI ARCHIVI: Eredità dolorose

Siamo arrivati al terzo piano della torre degli archivi, posta all’interno del Reale Albergo dei Poveri, che i Borbone vollero quale progetto di assistenza agli indigenti. I soffitti sono a volta e il segretario della Commissione Stralcio Atti di Archivio della Procura di Napoli mostra che non solo è robusto, ma è anche agile e intrepido. Si arrampica su una scala, che si è fatto prestare dagli operai che lavorano alla ristrutturazione dell’enorme complesso da circa trent’anni, per arrivare all’ultima fila degli scaffali zeppi di cartocci legati con lo spago. Ne apre uno, oscillando paurosamente,  ed estrae un pacco di esigui fascicoletti verdolini.  Si sporge ancora sulla sinistra stirando il braccio, mentre con l’altro si afferra allo scaffale, abbranca un altro pacco, mentre noi della Commissione da sotto gli gridiamo di scendere perché è troppo pericoloso, lassù a due metri di altezza.  Lo apre e grida: “ Tutti uguali. Fascicoli del Procuratore del Re. C’è stampato sopra: Successioni dall’estero.“  Una pausa. Ne sfoglia uno: ” Dal consolato italiano di New York.“
“ Successioni da New York? Però!” Osserviamo noi. “Allora esistono gli zii d’America!”
Curiosa di conoscere le  favolose eredità, mi porto a casa una ventina di fascicoletti. Anche se qualcosa non torna. I fogli sono troppo pochi perché i soldi siano molti.  Come sempre,  decideremo se questi incarti devono essere conservati perché esiste ancora un interesse giudiziario, ma basta uno sguardo alle date della copertine per escluderlo; se devono essere trasmessi all’Archivio di Stato perché hanno un interesse storico, oppure  essere semplicemente distrutti.
Con una tazza di caffè in mano m’ immergo nelle brevi  letture.
Gli anni timbrati sulle copertine sono compresi nella prima quindicina del Novecento e le storie sono tutte uguali. O almeno le  trame, perché quali fossero le visioni dentro cuori così giovani non si può neppure immaginare. All’inizio di ogni  storia comunque c’è senz’altro un sogno. Misto a rimpianti, ricordi, nostalgie, ma il sogno brilla fulgido e illumina tutto. Perché è una storia di gioventù.  Chiamiamo il protagonista Ciro.
 Dunque l’oceano scorre davanti al nostro viaggiatore. Ogni giorno le sue onde sembrano uguali, ma i marinai dicono di no, dicono che quelle onde già hanno toccato le terre d’America. Basta vedere la costa per scordare la distesa fetida di cuccette della terza classe e anche lo sbarco a Ellis Island non è poi tanto male. Vecchi e donne piangono e chi è segnato con la croce bianca, che indica il destino del ritorno, si dispera. Ma può un giovanotto spavaldo scoraggiarsi per così poco? Ciro divora la sua zuppa e ingurgita tutto quello che gli entra in corpo per restare vigoroso e pensa a quando gli renderanno la libertà. E fa progetti con quattro amici che ha conosciuto alla partenza, quando il Vesuvio si rimpiccioliva nelle ombre della sera, due di Forcella e due dei Quartieri, anche loro “curaggiusi e currevusi” (coraggiosi e ombrosi).
Quando sbarcano sulla terraferma puntano il naso al cielo e si sentono invadere di soggezione e meraviglia nel vedere quei palazzi che,  così di sera, s’inseguono fino al firmamento. Ma fuori tengono duro, si danno le botte sulle spalle e si scompisciano dalle risate solo a guardarsi. In mano hanno il foglietto con l’indirizzo dei parenti che se li vedranno piombare addosso affamati di tutto. C’è un frate-cugino  che se la passa bene perché lavora ai grattacieli. La paga è buona, quasi il doppio di quella di un terragnolo, perché pretendono  sveltezza e agilità. Fanno fare anche una prova. Ti fanno stare su un piede su una sbarra, saltare su un’altra, tutti quei giochi insomma che si fanno da bambini sui muretti, un piede dietro l’altro e le mani allargate a croce. Vengono assunti tutti e quattro e anche il nostro Ciro.
In poco tempo imparano tutti a saltare da un muro all’altro e da una trave all’altra sempre più in cielo, come i Mohawk, gli indiani funamboli dei grattacieli, che avevano lasciato le valli del fiume San Lorenzo, per  volteggiare dieci ore al giorno sulle  funi d’acciaio. Sulle travi tese sul vuoto portano carretti e assi, sacchi di cemento e ferri sottili. Sempre veloci, su e giù, in bilico, in salita, in discesa,  perché ogni giorno bisogna finire  un piano, non ci si scherza, dice il padrone. E’ una gara tra grattacieli e anche Ciro ne è conquistato e si sente orgoglioso di partecipare ad eventi così storici. E’ per questo che, anche se cominci a venti metri, in poco tempo arrivi a duecento. E’ anche vero che, dopo essersi arrampicato e aver corso per dieci ore sui sottili scheletri delle mirabolanti costruzioni,  la sera al nostro Ciro manca quasi  la forza di buttarsi sulla branda.  Ma quando arriva il salario è una vera meraviglia. Soldi così su Napoli li avrebbe solo sognati.
Non so quanti salari abbia preso Ciro. E non so se anche la sorte dei suoi quattro amici sia racchiusa in uno di quei fascicoletti. Però Ciro aveva appena compiuto i vent’anni quando il Console Italiano di New York dettò una lettera indirizzata al Procuratore del Re in Napoli. Il segretario, che era un tipo scrupoloso aveva già preparato tutto il testo, lasciando in bianco solo la somma di denaro che doveva essere controllata dal Console.  Non c’era poi molto da riempire perché il Console pochi anni prima, quando quei casi erano diventati frequenti, aveva fatto preparare uno stampato. Bastava inserire il nome , il cognome e la data di nascita, l’indirizzo di quando il ragazzo abitava a Napoli, il  giorno in cui era precipitato da una trave che oscillava a 150 metri di altezza  e quanti giorni aveva lavorato dall’ultima paga al giorno della morte. Questo era il dato più importante e il console controllava personalmente i conti, affinché non vi fossero truffe e furbizie da parte del padrone. Se il ragazzo aveva lavorato una settimana dopo l’ultima paga, ebbene la sua famiglia aveva diritto al salario di quella settimana, anche se  era morto!
Non ricordo se erano cento o più lire nel caso di Ciro. Comunque lettera e soldi partono per l’Italia, forse con lo stesso bastimento che aveva portato il giovane in America. Giunge tutto con i dovuti timbri sulla scrivania del Procuratore del Re, che allerta i Carabinieri per la ricerca della famiglia. Viene trovata la madre e, in una busta, pronto per la consolazione, c’è già l’ultimo scampolo della paga di Ciro, qualche decina di lire, da consegnarle. Il cancelliere pensa che il ragazzo , per esser così giovane, non guadagnava poi male. Maledice il suo capo che in quelle occasioni quasi quotidiane si rinchiude nel suo ufficio e gli lascia  l’amaro compito di consegnare l’eredità.
Quello che mi colpì di questi fascicoletti era la precisione con cui era calcolata la paga non riscossa dagli operai che precipitavano al suolo. Erano conteggiate con puntiglio anche le ore lavorate prima della tragedia, come se questa accuratezza fosse simbolo della giustizia e dell’onestà che il padrone prima e le cariche pubbliche poi dovevano alle giovani vite sfracellate. Non c’è traccia di alcun altro tipo di risarcimento. Si pensava forse che fosse una fatalità o che comunque la colpa fosse dell’operaio, che aveva messo il piede in fallo, che aveva permesso che lo cogliesse una vertigine o era scivolato. Più facilmente ancora si sarà pensato che questo era l’inevitabile  tributo da pagare al progresso. Certo è che le grandi avenues  di New York sono lastricate con la carne e con il sangue dei napoletani.  Anche di altri italiani e di altri popoli. Ma io ho conosciuto direttamente solo questa storia e quando la conobbi vagheggiai anche di telefonare al sindaco di quella città per raccontargliela. Qualcuno potrebbe approfondire la ricerca e farla ricordare anche al di là dell’Atlantico.