Deboli, svantaggiati - Persone con disabilità -  Antonella Tamborrino - 27/08/2020

Accessibilità e risarcimento. La mancata rimozione delle barriere architettoniche – Cass. 3691/2020

La mancata rimozione delle barriere architettoniche e delle misure idonee a consentire l’accesso delle persone con disabilità agli uffici e alla sala consiliare del Comune, costituisce una discriminazione indiretta, ai sensi dell’art. 2, co. 3, della legge n. 67/2006 che sancisce che «si ha discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono una persona con disabilità in una posizione di svantaggio rispetto ad altre persone». Questo quanto ribadito dalla III Sezione Civile della Suprema Corte attraverso la sentenza n. 3691/2020.

Pertanto, i Comuni saranno tenuti al risarcimento dei danni in favore dei disabili che indirettamente sono discriminati in virtù della non eliminazione delle barriere architettoniche esistenti e della mancata adozione delle misure idonee a consentire l’accesso agli uffici ed alla sala consiliare.

La sentenza precisa che, in materia di superamento delle barriere architettoniche, devono essere garantiti spazi e strutture adeguati alla mobilità delle persone con disabilità sia nei nuovi stabili sia in quelli sottoposti a ristrutturazione, ma anche nei vecchi edifici, in cui devono essere adottati tutti gli accorgimenti necessari per rendere gli spazi più adeguati possibili all’autonomia delle persone. Per cui, dovranno essere ritenute discriminatorie anche quelle misure alternative che non garantiscono alla persona con disabilità la possibilità di muoversi autonomamente.

Al riguardo, precisa la Suprema Corte che la legge n. 13/1989, concernente il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche, non ha un contenuto a carattere programmatico bensì precettivo, per cui deve essere interpretata in linea con la Carta Costituzionale. L’accessibilità, pertanto, si consolida come «una qualitas essenziale perfino degli edifici privati di nuova costruzione ad uso di civile abitazione» in virtù del dovere collettivo di rimuovere preventivamente qualsiasi ostacolo all’esercizio dei diritti fondamentali delle persone con disabilità.

La Consulta sottolinea, conseguentemente, che ai fini della facilitazione della vita relazionale delle persone con disabilità è necessario il superamento di ogni genere di «ostacoli che impediscono a chiunque la comoda e sicura utilizzazione di spazi, attrezzature e componenti», in modo da salvaguardare la personalità ed i diritti fondamentali e garantire la dignità della persona e il fondamentale diritto alla salute, di cui all’art. 32 Cost., inclusivo , oltre che della salute fisica, anche di quella psichica.

L'ente locale, pertanto, è tenuto a risarcire i danni subiti dal disabile in riferimento all’intero periodo in cui il diritto di accesso è stato impedito.

Altresì, la Suprema Corte afferma che tale discriminazione indiretta si configura a prescindere dalla sussistenza o meno dell’intenzione discriminatoria dell’ente, per cui la mancanza di volontà di discriminare non esclude la violazione dei diritti costituzionalmente garantiti alle persone con disabilità.