Amministrazione di sostegno - Interdizione, inabilitazione -  Paolo Cendon - 25/06/2020

Abrogazione dell'interdizione e riforma dell'Amministrazione di Sostegno - finalità del neoprogetto di legge che verrà ora (ri)presentato al Parlamento - Paolo Cendon e Rita Rossi

A quindici anni dall’entrata in vigore della legge n. 6 del 2004,  sono maturi  i tempi per l’approvazione del progetto abrogativo dell’interdizione e dell’inabilitazione, da anni invocato/annunciato a vari livelli: non sussiste alcuna seria ragione che giustifichi, in effetti, l’ulteriore conservazione  nel c.c. dei due  vecchi modelli ‘incapacitanti’.

E anzi, tale abrogazione è divenuta non più rinviabile per un ordinamento che voglia dirsi realmente ispirato e proteso al rispetto dei diritti fondamentali della persona, quali, in primo luogo, la dignità personale e il diritto al sostegno.

Le caratteristiche del tutto negative proprie dell'interdizione (e dell'inabilitazione) sono molteplici. Esse possono, in estrema sintesi, così indicarsi:

-              taglio espropriativo dell’interdizione: la persona interdetta viene collocata in uno status giuridico equivalente alla morte civile. Con l'interdizione, infatti, la persona viene dichiarata legalmente incapace di agire e ciò ne comporta l'estromissione totale dalla possibilità di compiere un qualsivoglia atto produttivo di effetti nei confronti dei consociati: non un contratto, non un acquisto, non il matrimonio nè alcun atto di natura personale. La 'protezione' assicurata dai vecchi istituti tradisce, dunque, una valenza punitiva ed escludente, oggigiorno non più tollerabile in una società evoluta;

-              mancanza di valore terapeutico: alla incapacitazione formale della persona in tutto il suo essere non si accompagna, poi, alcun progetto di risocializzazione per il  disabile;

-              enfasi solo economicistica: i soli interessi presidiati mediante i vecchi istituti sono gli interessi economico-patrimoniali dei familiari e dei parenti;

-              scarsa trasparenza del procedimento di interdizione e debolezza delle garanzie formali riconosciute all'interdicendo: di fatto egli rimane sullo sfondo del giudizio e nonostante il codice di procedura civile gli riconosca la capacità di stare in giudizio personalmente (art. 716 c.p.c.) tale norma è di fatto disapplicata (tanto che il ricorso introduttivo non viene quasi mai notificato personalmente all'interdicendo);

-              irrevocabilità della misura: una volta interdetta la persona è destinata a rimanere tale per tutto il resto della propria esistenza. Nonostante, infatti, la possibilità di revoca dell'interdizione (e dell'inabilitazione) sia prevista dalla legge e nonostante, anzi, l'esistenza stessa dell'amministrazione di sostegno costituisca ragione valida per la revoca delle vecchie misure, i casi di revoca effettiva sono oggigiorno ancora troppo scarsi.

 

E' ben vero che lo spazio applicativo attuale delle misure di protezione tradizionali è del tutto residuo, e ciò grazie al diffondersi della nuova cultura del sostegno indotto dalla riforma sull'amministrazione di sostegno e dalla stessa giurisprudenza della Corte Costituzionale e della Cassazione; ciò nonostante, si registrano ancora oggi sacche giudiziarie di resistenza, ove specie l'interdizione viene considerata inspiegabilmente la misura più tutelante. L'espressione che spesso si legge nelle sentenze di interdizione è la seguente: "l'interdizione offre una tutela piena,  “si rende necessario un riferimento costante per le scelte da compiersi" e simili.

A siffatte giustificazioni prive di alcun senso logico-giuridico, si aggiungono motivazioni legate all'idea che la disciplina dell'ads non consenta l'assolvimento di determinati compiti; così, soprattutto, con riferimento alla scelta del luogo di vita della persona e alle decisioni sanitarie e di cura della persona. In questi casi, la motivazione è sul modello della seguente: "la tutela è l'unico strumento che legittima una collocazione protratta ovvero una sostituzione al paziente nel consenso a terapie e trattamenti sanitari e chirurgici". E - si fa notare - tali motivazioni non sono venute meno neppure con il varo della legge n. 219/2017 - la quale nel IV comma dell'art. 3 fa esplicito riferimento alla gestione del consenso informato sanitario da parte dell'amministratore di sostegno, prevedendo - appunto - che sia l'ads dotato di poteri di assistenza o rappresentanza, ad esprimere o rifiutare detto consenso, tenendo conto - beninteso - della volontà del beneficiario.

Attualmente i dati statistici offrono un quadro applicativo riguardo all'interdizione del tutto disomogeneo, mostrando territori in cui le vecchie misure incapacitanti sono state abrogate implicitamente con la loro pressochè totale disapplicazione e altri territori in cui, invece, il ricorso all’interdizione (e all'inabilitazione) sono considerati una scelta protettiva ordinaria e meritevole. Il riscontro di una situazione a macchia di leopardo è quanto mai allarmante e negativa, poichè in tal modo il rischio di subire ancora oggi l'interdizione giudiziale dipende di fatto dalla sorte, ovverossia dal luogo in cui ci si trova a vivere.

Nè il permanere dei vecchi istituti potrebbe trovare giustificazione nel pur limitatissimo spazio applicativo che la Cassazione ha conservato in questi anni (Cass. sez. I, 12.06.2006, n. 13584; Cass., sez. I, 22 aprile 2009, n. 9628; Cass., sez. I, 1 marzo 2010, n. 4866; Cass., sez. I, 26.10.2011, n. 22332; Cass., sez. III, 8.2.2012, n. 1770 la quale ha ricordato che l’interdizione e l’inabilitazione sono state relegate al rango di extrema ratio dalla riforma del 2004).

Detto limitato spazio applicativo consiste nel riscontro di situazioni in cui la persona priva di autonomia è titolare di un patrimonio che - specie per la sua entità - richiede l'espletamento di “attività di una certa complessità”, o di casi in cui occorra contrastare il rischio che il soggetto compia “atti pregiudizievoli per sé”.

Nonostante, dunque, tale orientamento, con la più recente sentenza n. 17962 del 2015, la Suprema Corte ha precisato che neppure l'entità del patrimonio esclude la possibilità di far ricorso all'amministrazione di sostegno: "La sussistenza di un ingente patrimonio e l'atteggiamento oppositivo manifestato verso il tutore non giustificano l'esclusione, necessariamente collegata alla pronuncia di interdizione, delle capacità di compiere autonomamente gli atti necessari per il soddisfacimento delle esigenze di vita quotidiana, ma solo l'imposizione del supporto di un amministratore di sostegno ed eventualmente dell'ausilio di esperti e qualificati professionisti del settore ai fini della gestione del predetto cospicuo patrimonio".

Infine, non può farsi a meno di richiamare i principi vincolanti sanciti dalla Convenzione sulla capacità giuridica delle persone disabili, la quale fa obbligo agli Stati aderenti di assicurare che le misure relative all'esercizio della capacità giuridica siano proporzionatela grado in cui esse incidono sui diritti e sugli interessi delle persone con disabilità (art. 1 e 2). La Cassazione, con sentenza 25.10.2012 n. 18320 ha affermato la piena compatibilità dell’Ads con tali indicazioni, ciò che non può affatto dirsi per l’interdizione, la quale è misura eccessiva e dunque non proporzionata rispetto allo scopo, di fatto irrevocabile, non revisionabile per sempre”.