Varie - Varie -  Marco Faccioli - 24/05/2020

...ALTRO CHE RINVIO!

Tra i tanti Paesi al mondo dove, come ben sappiamo, la Giustizia non va troppo per il sottile, c'è sicuramente Singapore, piccola isola città-Stato a sud della Malesia. “Piccola ma feroce”, verrebbe da dire a leggere le statistiche delle Nazioni Unite che, tra il 1994 e il 1999, l'hanno segnalata come la nazione che ha avuto il più alto tasso pro capite di esecuzioni nel mondo:13,57 ogni centomila abitanti. Dopo questa breve ma significativa premessa, vediamo bene cos'è accaduto in questi giorni. Un cittadino malese di 37 anni, tal Punithan Genasa, accusato di traffico internazionale di eroina, è stato condannato a morte da un Tribunale del posto. E fin qua, verrebbe da dire, nulla di strano, essendo i reati legati alla droga tra quelli per cui, il locale codice penale, prevede la forca. Ciò che lascia stupiti sono le modalità della condanna che, nel pieno della pandemia di Coronavirus, è stata emessa in un'udienza a distanza tramite Zoom (lo stesso programma che, di sti tempi, è diventato famoso per essere utilizzato per conferenze aziendali, e-learning, didattica a distanza ma anche, semplicemente, per scambiare quattro chiacchiere con amici o familiari lontani). Il processo a Genasa si è svolto senza particolari lungaggini (vedasi, per l'appunto, il titolo della rubrica): l'imputato era stato rinviato a giudizio per il traffico di almeno 28 grammi di eroina e, sebbene abbia negato (sempre nel corso dell'udienza celebratasi via Zoom) qualsiasi legame con altri due corrieri che lo hanno indicato come il primo colpevole dello spaccio, la sua linea di difesa è stata respinta dal giudice dell’Alta Corte Chan Seng Onn che, al termine della e-udienza, lo ha e-condannato all’impiccagione. Il giudice Chan ha spiegato che i corrieri avevano fornito resoconti dettagliati e convincenti, mentre Punithan non era stato in grado di smontare l’accusa. Il condannato, al momento in cui scrivo questo articolo, è già stato impiccato (nell'isola infatti non esiste l'appello) per cui, come di prammatica, non restano altro che le polemiche. “L'adozione di Singapore della pena di morte è intrinsecamente crudele e disumana e l'uso di tecnologie remote come Zoom per condannare a morte un uomo lo è ancora di più” ha dichiarato Phil Robertson, vicedirettore della divisione Asia di Human Rights Watch. Un portavoce della Corte Suprema di Singapore, invece, intervenendo sulla questione, ha spiegato che il “caso Genasan” è stato condotto online, tramite l'utilizzo di specifiche piattaforme digitali, “per la sicurezza di tutte le parti coinvolte nel procedimento” (quindi, verrebbe da pensare, anche dell'imputato - nda) a causa della pandemia da Coronavirus in corso. Zoom, sull'accaduto, finora non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali. In ogni caso Singapore non è stata la “prima volta” per la piattaforma: un caso simile risulta essere avvenuto anche in Nigeria, dove un uomo è stato condannato a morte tramite Zoom per aver ucciso la madre del suo datore di lavoro.